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Gli scheletri occultati della finanza rossa

Se gli abituali lettori dei quotidiani editi dai “poteri forti” e che sostengono la sinistra, in sciopero per due giorni, comprassero – tanto per respirare un po’ d’aria pulita - Libero e Il Giornale , regolarmente in edicola, si imbatterebbero in articoli (questo e questo) e commenti (questo e questo) che potrebbero aiutarli a prendere coscienza di quel che, sbrigativamente, i giornaloni di (sinistro) regime liquidano – quando ne dan conto - come un semplice “imbarazzo” dei DS: la vicenda della finanza rossa.

E quando si parla di finanza rossa si scrive Unipol e Lega delle Cooperative.

Dagli anni del finanziamento collaterale al PCI/PDS/DS, agli appalti ottenuti dalle giunte rosse, ai fallimenti degli anni novanta e odierni , ecco il nuovo capitolo iniziato, pensate un po’ che coincidenza !, negli anni della sinistra di governo: l’assalto alle banche.

All’inizio era solo il Monte dei Paschi di Siena, i cui vertici rispondevano agli enti locali che, nel senese, sono notoriamente rossi.

Ma non bastava.

Evidentemente le vicende di tangentopoli con i partiti – incluso il PCI/PDS/DS – costretti a fare fronte ai debiti vendendo sedi storiche – tramite società immobiliari – e ricorrere all’indebitamento bancario, ha fatto scattare la molla della finanza.

L’unica struttura che avesse avuto successo nel mondo finanziario capitalista era l’Unipol, società di assicurazioni, di Bologna.

L’Unipol aveva anche rilevato la fallimentare avventura della Banca del Credito Cooperativistico, messa in piedi dalla Lega Coop, mettendoci il suo timbro e trasformandola in banca finalizzata a far transitare prevalentemente le operazioni rivenienti dal circuito assicurativo, un’azienda di credito, quindi, fortemente orientata verso la clientela privata.

Le banche negli anni novanta hanno attraversato un periodo di transizione da proprietà familiari, pubbliche o di tipo cooperativistico, a proprietà societarie, con un sindacato di maggioranza che esprime uno o più manager.

Ma il sistema bancario si è anche trasformato, aprendosi alla concorrenza straniera e dovendosi confrontare con un duplice problema:

- la riduzione dei tassi che, quasi azzerando i margini di guadagno sui tassi limitando a pochi punti la forbice tra attivi e passivi, ha ugualmente ridotto – ed in misura pesante – i margini di guadagno;
- i costi fissi per fornire servizi, che diventavano onerosi per banche di piccole dimensioni com’erano quelle italiane
.

La soluzione fu anche qui individuata in una duplice azione:

- riduzione dei costi mediante contratti in ribasso soprattutto verso i nuovi assunti (dal 1994) e con il sostanziale blocco del turn over (sistema che ha raggiunto l’apice con l’introduzione del Fondo di Solidarietà del Credito – contratto del 1999 – che ha dato il via libera agli “esodi” per migliaia di dipendenti, pur se a “costo zero” per lo stato);
- un processo di fusioni per arrivare a dimensioni almeno “europee”.


Sarà un caso, ma le operazioni di fusioni, che sono passate anche e soprattutto sulla testa dei dipendenti e della clientela, sono state tutte effettuate durante il nefasto quinquennio di governo della sinistra (1996-2001).

Abbiamo così assistito alla trasformazione di una grande (per l’epoca) banca come Banca di Roma (la più grande banca italiana dopo la fusione tra Banco di Roma, Cassa di Risparmio di Roma e Banco di Santo Spirito) da cacciatore a preda.

Mentre una preda ambita negli anni, come il Banco Ambrosiano Veneto diretto dal professor Giovanni Bazoli – grande amico dei democristiani di sinistra come il defunto Marcora, Martinazzoli e quindi Prodi, nonché più volte citato come “papabile” alla candidatura a premier nel 2001 quando poi fu scelto Rutelli – divenne il perno attorno al quale si è costituita Banca Intesa (fusione di Banco Ambrosiano Veneto con Cariplo nel 1998 e con la Banca Commerciale Italiana – acquisita nel 2000 - nel 2001).

Si noti come Cariplo e Banca Commerciale avessero dimensioni doppie e triple rispetto al Banco Ambrosiano Veneto.

Analogamente fece il Credito Italiano di Alessandro Profumo che, con l’acquisizione di Cassa di Risparmio di Verona, Credito Romagnolo, Cassa di Risparmio di Torino, ha creato il secondo gruppo bancario e la seconda banca italiana (Unicredit banca).

La banca “degli Agnelli” poteva stare a guardare ?
Certo che no.
Allora ecco il San Paolo acquisire e fondersi con Cassa di Risparmio di Bologna ed altre Casse (Venezia, Udine e Pordenone) dando vita al terzo gruppo e istituto italiano.

Ma questi tre grandi istituti hanno una dirigenza che, pur di sinistra come dimostrato dalla disciplinata e ostentata partecipazione nell’ottobre scorso alla kermesse per l’elezione di miss ulivo dei principali dirigenti (Profumo, Passera, Bazoli e Rainer Masera) sono più contigui alla Margherita e ai vecchi boiardi di stato come Prodi, che non ai DS.

Così si è messa in moto la vecchia cinghia di trasmissione tra partito e lega delle cooperative rosse facendo fulcro sull’Unipol che, prima, ha acquistato filiali (sportello completo di arredi, dipendenti e clienti) da quelle stesse banche che, fusesi, sono diventate ipertrofiche, almeno per gli standard italiani, poi ha lanciato l’assalto finale ad una di quelle che erano “grandi banche” prima del “big bang” del credito: la BNL, Banca Nazionale del Lavoro, promessa sposa dello spagnolo Banco di Bilbao.

Sembra fatta.

L’attenzione dell’opinione pubblica è stata astutamente dirottata sulle gravissime responsabilità del Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio per la corsa alla Banca Popolare Antoniana Veneta che, nonostante il fallimento dell'OPA lanciata dagli olandesi, grazie al sequestro delle azioni della Banca Popolare Italiana, è stata assegnata alla ABN AMRO (guarda caso di impronta socialista) al posto della B.P.I. (non schierata nel novero delle banche di sinistra).

L’Unipol sembra così ad un passo dal conquistare la BNL ai danni del Banco di Bilbao (considerato vicino all’ex premier spagnolo il moderato Jose Maria Aznar).

La finanza rossa stende la sua ombra sull’intero sistema bancario italiano.

La stampa di sinistro regime aiuta a sminuire od occultare gli scheletri nell’armadio della finanza rossa.


Che uno sciopero dei giornalisti possa portare alla conoscenza generale su vicende che, se avessero visto altri protagonisti (ad esempio il solito Berlusconi o Ricucci o Fiorani) avrebbero fornito motivo per pamphlet, editoriali incendiari e chilometriche trasmissioni di approfondimento televisive ?
:: posted by Massimo @ 08:00


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