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il Castello WeBlog

 

 

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I Principi ispiratori sono sempre gli stessi e si basano sulla Libertà Individuale, la Proprietà Privata, la ricerca del Benessere e della Sicurezza, nell'ambito di una società le cui radici affondano nella Romanità e nella Cristianità e, quindi, su valori etici e morali solidi e non ambigui e in cui la Famiglia, come nucleo di base della società degna di tutela, è solo quella formata da un Uomo e una Donna.
Noi non abbiamo cambiato bandiera, nè Valori, per questo possiamo a viso aperto reclamare la coerenza di questo aggregatore, rigorosamente di Centro Destra.
Il Castello si "sposta" quindi a questo link "http://ilcastello1.net aprendo a tutti coloro che condividendone principi, idee e collocazione politica, vorranno contribuire al suo successo.
Il "vecchio" Castello resterà comunque in linea e, per qualche tempo ancora, anche in funzione, ma sin d'ora invitiamo tutti a collegarsi al "nuovo" Castello "http://ilcastello1.net, che già vede aggregarsi blogger in attività di Centro Destra.

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Le Riforme di Berlusconi: le pensioni


Quando si parla di riforma delle pensioni, il pensiero vola subito ai cambiamenti operati dalla legge nr. 243 del 23 agosto 2004.
Invece il Governo Berlusconi ha svolto due interventi sulle pensioni.
Il primo, con la finanziaria 2002, ha consentito a quasi 1.600.000 (UNMILIONESEICENTOMILA) pensionati, di almeno 70 anni di età e con un reddito inferiore a 13 milioni di lire (esclusa la casa di abitazione) di vedere aumentata la propria pensione a 1.000.000.= di lire, 516 euro, al mese.
Per alcuni si è trattato anche di un raddoppio della pensione.
Per tutti ha significato una maggiore capacità di fronteggiare l’impennata del costo della vita provocata dalle dissennate scelte di Prodi e Ciampi che hanno fatto entrare l’Italia nell’euro, ad un cambio giugulatorio e senza considerare il devastante impatto per i prezzi.
Un primo provvedimento sulle pensioni che ha indicato la filosofia di governo sul problema complessivo delle pensioni: ricercare un livello dignitoso delle pensioni e garantire l’erogazione delle pensioni anche alle generazioni future.
Una filosofia che è l’opposta di quella delle sinistre e dei sindacati che, per difendere i privilegi di chi è in procinto di andare in pensione, ignora l’aspirazione a raggiungere tale traguardo da parte di chi è appena entrato nel mondo del lavoro.
E se nel 2002 è stato rispettato un punto del Contratto con gli Italiani (1.000.000.= di lire di pensione) nei confronti dei nostri anziani, nel 2004 è stato rispettato un impegno morale nei confronti dei più giovani: la riforma delle regole per andare in pensione.
Il link al titolo è il riferimento del Ministero del Welfare dove si possono trovare tutte le indicazioni tecniche di questa riforma.
A noi interessa la filosofia sociale e politica posta a base della riforma, cioè la linea di condotta che il Governo Berlusconi ha e potrà avere nel prossimo mandato.
L’Italia del boom del dopoguerra era caratterizzata da una popolazione giovane e attiva, in una economia che aveva ancora una caratterizzazione locale e nazionale.
In tale quadro era pienamente sopportabile una legislazione pensionistica che corrispondesse una somma di denaro non in base ai contributi versati, ma in base agli anni lavorati.
Ed era tanto più sopportabile, anche con un limite di pensionamento fissato ad età, viste con gli occhi di oggi, “basse”, perché i lavori erano più usuranti, la qualità della vita peggiore, le cure peggiori e, quindi, la durata media della vita di almeno una dozzina di anni inferiore a quella di oggi.
Ma tale sistema, migliorando tutti quei fattori ed incamminandoci verso una economia globale, era sempre meno sopportabile.
Il ricatto politico e clientelare operato sui governi di centrosinistra da parte del PCI e della triplice sindacale, ha poi compromesso un equilibrio sempre più precario dell’INPS, scaricando addosso gli esuberi creati da politiche imprenditoriali fallimentari e consociative e d apolitiche sindacali distruttive.
Dopo il 1969 le aziende italiane sono progressivamente entrate in crisi e per non “mettere sulla strada” i dipendenti, questi sono stati “scaricati” sulla collettività, tramite farneticanti politiche di prepensionamenti e di assunzioni nelle strutture statali.
Stato che, dal canto suo, consentiva la pensione anche dopo soli 15 anni di lavoro.
E’ intervenuta così una prima riforma nel 1992, da parte del governo Amato, assolutamente inefficace, e nel 1994 si sarebbe potuto intervenire con decisione e con minori ripercussioni se la propaganda ideologizzata non avesse demonizzato il primo Governo Berlusconi.
Nel 1995 il governo Dini ha provveduto ad un ulteriore piccolo passo, stabilendo che il sistema contributivo fosse applicato a tutti i nuovi assunti dal 1° gennaio 1996.
Ma, ancora, non era sufficiente per garantire il pagamento delle pensioni già erogate e le future.
E’ da tale prospettiva che, con la vittoria alle elezioni del 13 maggio 2001, è partita la riflessione sulle pensioni da parte del Governo Berlusconi.
Come garantire il pagamento delle pensioni in essere e come garantire le pensioni future ?
Diciamo subito che le resistenze sindacali, quelle dei diritti per i già garantiti, sono state troppo forti per poter superare l’opposizione al provvedimento che, a mio modo di vedere, avrebbe il maggior, benefico, impatto sui conti degli enti pensionistici: il passaggio integrale di tutti i lavoratori attivi dal sistema retributivo, a quello contributivo.
La Riforma, invece, ha mantenuto (per ora ….) la tripartizione diniana:
- andranno in pensione con il sistema retributivo (cioè una percentuale pari a due punti per ogni anno lavorato e sulla base della media degli stipendi degli ultimi dieci anni) tutti coloro che, al 31 dicembre 1995 avevano già maturato 18 anni di anzianità;
- andranno in pensione con il sistema contributivo (cioè in base ai contributi effettivamente versati nel corso dell’intera carriera lavorativa) tutti coloro che sono stati assunti dall’1 gennaio 1996;
- andranno in pensione con il sistema “misto” (retributivo per gli anni maturati fino al 31/12/1995 e contributivo per i successivi) chi, pur essendo già al lavoro, al 31 dicembre 1995 non aveva ancora raggiunto i 18 anni di anzianità
.
Non è stata toccata, non ancora …, la cosiddetta “pensione di anzianità”, cioè il traguardo pensionistico per andare in pensione, pur senza aver compiuto una determinata età, ma in base alla anzianità lavorativa.
E’ rimasta, ma dall’1/1/2008) è stata alzata a 40 anni di servizio, con il c.d. requisito unico (o 40 anni di anzianità oppure 65 anni di età, 60 per le donne e, pur consapevole di attirarmi le ire delle gentili lettrici, ritengo questa differenza una violazione della conclamata parità dei sessi).
Fino al 31/12/2007 i requisiti rimarranno gli stessi:
35 anni di contributi e 57 anni di età (58 per artigiani e commercianti)
38 anni di contributi a prescindere dall'età (2004-2005)
39 anni di contributi indipendentemente dall'età (2006-2007).
Naturalmente vi sono le eccezioni, per le quali rimando al link del ministero del lavoro.
Niente di traumatico, quindi, anzi l’opportunità di un guadagno per i lavoratori che maturerebbero il diritto alla pensione entro il 31/12/2007: il superbonus.
Cos’è il superbonus ?
Un aumento esentasse in busta paga pari alla contribuzione previdenziale: il 32,7% dello stipendio lordo.
E i dati Inps dicono che questa idea è stata vincente, consentendo un bel risparmio per le casse pensionistiche e dando quindi la possibilità di arrivare al 2008 in condizioni migliori di quanto non sarebbe stato senza riforma e con ridottissime tensioni sociali (come sarebbe accaduto nel caso di applicazione draconiana di una legge di riforma che avesse come obiettivo immediato la politica di cassa che ci veniva chiesta – con toni ultimativi- dall’europa di Prodi).
Ed proprio questa la chiave di interpretazione della riforma delle pensioni: la gradualità.
La scelta del Governo Berlusconi è stata quella di proporsi un obiettivo (garantire le pensioni di oggi e di domani) senza usare esclusivamente la leva coercitiva di una legge (necessaria) che incidesse da subito e profondamente su abitudini consolidate.
Come per ogni altro aspetto della vita, il cambiamento riguarda, principalmente, i giovani, i nuovi assunti, quelli con poca anzianità, sul presupposto che sono maggiormente predisposti, per mentalità e abitudine, ad accettare e integrarsi nella nuova situazione, di quanto non possa essere, in genere, per chi è da anni nel mondo del lavoro.
Il complesso riformatore non può però limitarsi alla ridefinizione delle pensioni, ma deve – e offre – anche la possibilità concreta di integrare il reddito da pensione, con un trattamento aggiuntivo.
E’ la questione dei cosiddetti Fondi pensione e del trattamento di fine rapporto (TFR).
La riforma del Tfr, che agevolerà la creazione di una pensione integrativa attraverso i Fondi Pensione, entrerà in vigore il 1° gennaio 2008, in concomitanza con la decorrenza piena della riforma delle pensioni, come ha deciso il Consiglio dei Ministri , tradotto nel Decreto Legislativo 5 dicembre 2005 nr. 252
Anche in questo caso la discussione è stata approfondita e si sono scontrate due linee.
Quella che voleva parificare tutti i fondi pensione, dando a tutti le medesime regole e facoltà.
E quella che aveva un occhio di riguardo per i fondi chiusi, cioè quelli aziendali e di categoria nei quali la presenza di sindacati e aziende è più marcata, rispetto ai fondi aperti – organizzati da professionisti delle assicurazioni e delle banche – che, pur fornendo un rendimento più alto, non prevedono la presenza di rappresentanze sindacali e aziendali.
Apparentemente il decreto mantiene un occhio di riguardo per i fondi chiusi, anche se la questione potrà essere rivista prima della sua entrata in vigore.
Non è un mistero che chi scrive ritiene, invece, più utile per i lavoratori poter scegliere, a parità di condizioni di partenza, il fondo, aperto o chiuso, che maggiormente garantisce serietà e redditività.
E la presenza dei sindacati nei consigli di amministrazione dei fondi chiusi mi porta ad escludere che possano essere questi.
Quadro normativo e filosofia di base: ecco la riforma delle pensioni, articolata nei suoi tre punti fondamentali:
pensioni più dignitose (un milione a chi aveva pensione al di sotto di tale limite)
pensioni anche nel futuro (la riforma del 2004 per garantire pensioni anche a chi entra oggi nel mondo del lavoro)
pensioni adeguate (con i fondi pensioni).
Il tutto con la gradualità necessaria a far assorbire il cambiamento a tutti i lavoratori.

… e andiamo avanti.
:: posted by Massimo @ 07:00


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