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il Castello WeBlog

 

 

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I Principi ispiratori sono sempre gli stessi e si basano sulla Libertà Individuale, la Proprietà Privata, la ricerca del Benessere e della Sicurezza, nell'ambito di una società le cui radici affondano nella Romanità e nella Cristianità e, quindi, su valori etici e morali solidi e non ambigui e in cui la Famiglia, come nucleo di base della società degna di tutela, è solo quella formata da un Uomo e una Donna.
Noi non abbiamo cambiato bandiera, nè Valori, per questo possiamo a viso aperto reclamare la coerenza di questo aggregatore, rigorosamente di Centro Destra.
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La Riforma del Diritto Societario

Non è facile dedicare una trattazione, per quanto breve ed incompleta, di diritto societario, perché sono troppe le persone cui devo molto, se non tutto. Ringrazio quindi il dott. Francesco Ghiglione, il mio capo, e l’avv. Nerio Diodà, che mi hanno traghettato dall’università al mondo dell’economia e del grande diritto, con tanti consigli e infinita pazienza. La mia famiglia, che mi sopporta stoicamente e con affetto. Daniele, amico certissimo in tutte le incertezze. Infine, ma mai ultimo, Fabio.

La riforma del diritto societario attuata dal governo Berlusconi ha radici antiche, addirittura risalenti agli anni Trenta, quando studiosi quali Cesare Vivante, Tullio Ascarelli, Vittorio Calandra e Giuseppe Ferri (per citarne alcuni soltanto) furono al centro di una delle maggiori querelles giuridiche del secolo scorso. Prima del Codice del 1942, infatti, l’Italia aveva visto la vigenza di due codici paralleli, il codice civile vero e proprio e il codice del commercio, ritenendo la scienza giuridica in quegli anni necessario scindere i due rami del diritto privato. Il corporativismo fascista, invece, ritenendo attuabile la cooperazione fra capitale e lavoro, aveva ritenuto indispensabile che i due codici fossero fusi in un unicum, sonde la sistemazione del diritto societario (e del diritto del lavoro) nel Libro V del Codice civile.
Al centro della questione, che Vivante (insigne figura di Studioso e di Italiano), con ingegno lungimirante, aveva esaminato e risolto, il gruppo di società, la holding, che il grande studioso aveva considerato come nucleo dello sviluppo industriale mondiale; egli tuttavia, aveva visto anche i costi finanziari e sociali che un ricorso senza freni al mercato dei capitali di rischio poteva generare nei risparmiatori, e aveva proposto di ancorare il diritto societario a salde realtà industriali, sulla scorta delle grandi holding di stato, IRI ed IMI, che erano state create proprio in quegli anni.
Il legislatore del 1942, tuttavia, forse per l’insicurezza del momento storico, sia per la poca fede prestata alle pur convincenti spiegazioni di Cesare Vivante, preferì mantenere nel codice civile una struttura tradizionale del diritto delle società, cristallizzata nelle forme fisse dell’Assemblea dei soci, del Consiglio di Amministrazione, composto di amministratori responsabili soltanto nel limite delle loro deleghe, e del Collegio sindacale.
Dal nuovo codice furono esclusi i gruppi di società (al di là di un generico richiamo al controllo societario ex art. 2356 c.c.), e, soprattutto, qualsiasi forma alternativa di governance societaria.
Con un salto temporale che esclude forzatamente le problematiche legate agli sviluppi del corporativismo fascista nel capitalismo di stato della Prima Repubblica, giungiamo ai giorni nostri, e in particolare al marzo 2000, vigilia della vittoria elettorale della Casa delle Libertà.
Non è una data oziosa, dato che il 5 marzo del 2000, l’indice Nasdaq della Borsa di New York toccò l’apice della corsa che aveva compiuto sin dalla fine della Guerra del Golfo, 5000 punti: una prova, secondo gli economisti e gli analisti finanziari, che le leggi keynesiane della ciclicità dell’economia erano state sconfitte e che il sistema potesse conoscere unicamente una crescita. Dopo quella data, e in particolare dal 20 marzo 2000, la bolla internet che aveva fatto esplodere gli anni ’90 cominciò a sgonfiarsi. Un caro amico, una delle menti finanziarie più brillanti d’Europa, mio mentore finanziario negli anni in cui ero ancora un pulcino dell’economia fresco fresco di università, definiva quel periodo come un’ubriacatura generale: verissimo, considerando che fu una doccia scozzese quella che venne subito dopo.
La sinistra, e, nelle parole di Mario Baldassarri alla Conferenza Programmatica di Alleanza Nazionale il giorno 4 febbraio 2006, qualche volta anche la destra, tende ad attribuire la crisi economica all’11 settembre; non è così, atteso che le Twin Towers semmai aggravarono e acuirono con una crisi mondiale un problema che già c’era, e che era scaturito dal fatto che i fondi comuni di investimento mobiliare, al centro della riforma di Clinton delle pensioni, avevano contribuito ad alimentare un sistema che Cesare Vivante avrebbe esecrato perché teso non a produrre risultati industriali, bensì ad accaparrarsi segmenti di mercato tramite la “creazione di valore”, basato non sulla effettiva produttività del sistema quanto invece sull’attesa di ritorno economico del titolo in sé. Pertanto, negli anni ’90 il sistema economico si era affrancato dalle realtà industriali per rivolgersi unicamente a quelle finanziarie, in un’equazione che vedeva il diritto societario come sostanzialmente congruente ed equivalente a quello dei mercati finanziari. Un’equazione alimentata dalla prima, ottima peraltro, riforma del sistema finanziario italiano, quella riforma Draghi il cui ispiratore siede ora quale Governatore di Banca d’Italia (e al quali ci permettiamo di porgere vividissime congratulazioni dalla nostra subalterna posizione). E da ciò sono derivati alcuni scandali finanziari di questi ultimi tempi, primi fra tutti Cirio e Parmalat, ma preceduti da Ferfin a metà degli anni ’90, in cui solide realtà industriali si rivelavano autentici colabrodi finanziari.
Tale situazione trovava nella legislazione piuttosto antiquata degli anni quaranta un fattore peggiorativo. La credibilità di un sistema economico si basa su di un sano rapporto fra realtà industriale e mondo della finanza: il ricorso al mercato del capitale di rischio da parte dei cittadini deve essere garantito, sul fronte della governance societaria, da una serie di strutture che ne certifichino la limpidezza e l’affidabilità nelle decisioni, la credibilità dei controlli e la certezza delle responsabilità.
Una garanzia indispensabile soprattutto in un periodo di incertezza economica come quello che stiamo vivendo, al fine di garantire i piccoli investitori. Una garanzia non solo del sistema economico, quindi, ma soprattutto del sistema sociale, che ad esso è strettamente collegato.
Una riforma del diritto societario come quelle intrapresa dal governo Berlusconi ha pertanto una serie di finalità sociali volte a garantire il rispetto della posizione del risparmiatore, non percepito più soltanto come fonte di denaro ma quale soggetto economico.
A ciò si aggiunga una necessità indubbia di svecchiare un sistema obsoleto ancora legato al capitalismo di stato, al fine di attrarre, in un paese in gravi difficoltà determinate da errate politiche finanziarie di pura e semplice dismissione delle partecipazioni statali, nuovi capitali e nuovi soggetti produttivi, ponendo norme che facilitassero il trasferimento delle sedi legali e fiscali di società estere nel nostro paese.
In tale prospettiva il parlamento ha emanato la legge di delega 311 del 3 ottobre 2001, la legge di delega al governo per la riforma organica delle società di capitali e delle società cooperative, attuata dal decreto legislativo n. 6 del 17 gennaio 2003.
Deve essere tuttavia fatto presente il fatto che tale riforma non investe soltanto gli aspetti civilistici del diritto societario, bensì anche quelli penalistici, essendo le norme di diritto penale societario state dislocate dal legislatore del 1942 nello stesso libro V del codice. In questa sede ci occuperemo unicamente delle questioni di diritto civile e societario, escludendo pertanto la riforma dei bilanci, sia sotto il profilo finanziario sia sotto il profilo tributario, che pure investe il Codice civile, e il diritto penale societario, che saranno oggetto di trattazioni separate. Ulteriore limitazione di questa prima parte della trattazione è data dall’esame delle sole società di capitali, o che in ogni caso facciano ricorso al mercato dei capitali di rischio, con espressa esclusione delle società a responsabilità limitata e delle società cooperative, che, stanti le loro oggettive particolarità, saranno oggetto di trattazione autonoma.
Non ho voluto gravare il lettore del tecnicismo di cui il diritto societario è normalmente viziato. Colpa mia se lo sarà: non possiedo la levità unica che ha caratterizzato i miei Maestri, i principi del diritto commerciale Pier Giusto Jaeger e Francesco Denozza.

1. La costituzione della società per azioni: il governo ha inteso semplificare la disciplina vigente, confermando la disciplina già delineata dall’art. 2330 c.c. e considerando sufficiente il controllo del notaio che ha rogato l’atto per la verifica delle condizioni di sussistenza dei criteri di legittimità per la costituzione della società. In questo caso, i termini per il deposito presso il registro delle imprese decorreranno dal momento in cui l’originale o la copia autentica del provvedimento saranno depositati presso il notaio stesso. Qualora si proceda ad un’indebita iscrizione in mancanza delle autorizzazioni necessarie, sarà legittimata all’istanza di cancellazione della società anche l’autorità competente al rilascio dell’autorizzazione stessa.. La società per azioni potrà essere peraltro costituita anche per atto unilaterale. A tal fine, è stata elaborata una disciplina di difesa dei creditori analoga a quella prevista per le S.r.l., con particolare riferimento alla responsabilità dell’unico fondatore per le operazioni compiute prima dell’iscrizione della società (art- 2331 c.c.) e agli obblighi di integrale esecuzione dei conferimenti (art. 2325, comma 2, c.c.). è stata peraltro prevista espressamente l’ipotesi di una società a tempo indeterminato. Sempre in tema di semplificazione delle formalità costitutive, il legislatore ha drasticamente ridotto il tempo decorso il quale la mancanza di iscrizione implica il diritto dei sottoscrittori ad ottenere dalla banca presso cui sono stati depositati la restituzione dei decimi versati, che è passato da un anno a novanta giorni, norma sistematicamente coerente con la disposta responsabilità del socio quando unico fondatore della società. La prospettiva dunque afferma la responsabilità non tanto di chi abbia agito quanto di chi abbia assunto la decisione di agire ed avviare, prima dell’avvenuta conclusione del procedimento costitutivo, l’attività sociale. Qualora si tratti di un’unica persona, questa decisione possa essere riferita all’unico fondatore quale che sia la posizione da questi formalmente assunta; nel caso di una pluralità di soci, e in particolare nelle società di capitali, in cui la partecipazione esprime una volontà di limitare la responsabilità, occorrerà accertare se e in quale misura abbiano deciso di agire prima dell’iscrizione. Sono inoltre stati limitati i vizi nella costituzione della società, mentre è rimasta immutata la disciplina degli effetti della dichiarazione di nullità della società, che, come in passato, comporta la liquidazione della società con salvezza di tutti gli atti compiuti e quindi dei diritti ed obblighi di soci e terzi.
2. I patti parasociali: gli artt. 2341 bis e ter dettano norme sui patti parasociali, in continuità con le norme dettate a suo tempo in materia dal decreto Draghi (d. lgs. 58/98) per le società emittenti azioni quotate nei mercati finanziari regolamentati. In particolare, il legislatore ha cercato di cogliere la comune funzione delle varie tipologie in cui il patto parasociale concretamente si estrinseca, individuata nel fine di stabilizzare gli assetti proprietari o il governo della società, e ciò anche per scongiurare il rischio, già verificatosi in razione allo società quotate, di un’impropria estensione delle norma sui patti parasociali a fattispecie che nulla hanno a che vedere con questi. Il Codice civile differisce dal TUF unicamente per la diversa durata dei patti, che per le società non quotate non può essere superiore a cinque anni, oltre che per le differenti modalità della loro pubblicizzazione, che è peraltro prevista unicamente per i patti parasociali relativi a società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, e che consiste essenzialmente nella loro comunicazione e nella loro dichiarazione all’apertura di ogni assemblea (la cui omissione comporta che i possessori delle azioni cui si riferisce il patto di sindacato non possono esercitare il diritto di voto e che le deliberazioni assunte con il loro voto determinante sono annullabili). La disciplina è ovviamente stata inserita nel capo concernente le società per azioni, ha inteso regolare la fattispecie con riferimento a quel tipo sociale, poiché in esso è più sentita l’esigenza di garantire regole certe e definite in considerazione della maggiore rilevanza per il pubblico e per i mercati finanziari, senza tuttavia escludere che tali patti siano applicabili anche ad altre forme di società.
3. La disciplina dei conferimenti: per quanto concerne la possibilità di regolare l’incidenza delle rispettive partecipazioni sociali sulla base di scelte contrattuali, si è provveduto a precisare che il principio di proporzionalità tra valore dei conferimenti e numero delle azioni assegnate al socio è derogabile con scelta statutaria, principio coordinato con il principio dell’effettiva formazione del capitale sociale. La tutela del capitale sociale non è più ricercata ponendo un rigido rapporto tra il valore del conferimento del singolo socio e valore nominale delle azioni che gli sono assegnate, bensì sulla base sia dei conferimenti sia del capitale stesso, anche in base a considerazioni di scelte contrattuali. È stata peraltro superata la prospettiva che vuole tutelare il capitale sociale mediante un divieto di emissione sotto la pari riferito all’ipotesi in cui siano complessivamente attribuite azioni o quote in misura superiore all’ammontare globale del capitale sociale. Sempre perseguendo l’obiettivo politico di ampliare la possibilità di acquisizione di elementi utili per il proficuo svolgimento dell’attività sociale, ma con soluzioni coerenti con al Seconda Direttiva CE che vieta il conferimento di opere e servizi, si è espressamente ammessa la possibilità che in tal caso, fermo rimanendo il divieto della loro imputazione a capitale, siano emessi strumenti finanziari forniti di diritti patrimoniali o partecipativi (art. 2346 c.c.). Naturalmente, è stato aperto un amplissimo spazio all’autonomia statutaria per definire i diritti settanti ai possessori dei suddetti strumenti finanziari, al punto da prevedere addirittura la conversione in altri strumenti finanziari o in partecipazioni azionarie. Gli strumenti finanziari in questione possono naturalmente conferire tutti i diritto partecipativi escluso il diritto di voto nell’assemblea generale degli azionisti, cosa che potrebbe generare molteplici incertezze e conseguenti ragioni di instabilità per il funzionamento dell’assemblea. Tuttavia è previsto che si possa nominare in un’assemblea separata un componente degli organi di amministrazione e/o controllo della società (art. 2351), cosa che non mancherà di rendere appetibile tale opportunità agli operatori economici.
4. la disciplina delle azioni: è stata prevista dal legislatore la possibilità di emettere azioni senza valore nominale, precisando che il loro valore non è determinato con riferimento alla frazione del capitale sociale che rappresentano, bensì al loro numero in rapporto al totale delle azioni emesse. Inoltre, è stato ampliato il novero degli strumenti disponibili alle società per attingere a fonti di finanziamento, dando spazio alla creatività degli operatori nell’elaborazione di forme adeguate alla situazione di mercato, quali ad esempio nuove categorie di azioni rispetto a quelle già riconosciute dalla pratica. Pertanto, è stata riconosciuta la possibilità che una categoria di azioni si caratterizzi per la diversa incidenza nei loro confronti delle perdite. In tal modo è stata sancita l’ammissibilità di azioni postergate nelle perdite, che si sono spesso rivelate utili, se non indispensabili, per il finanziamento dell’impresa, specie nell’ambito di fasi di ristrutturazione e di tentativi di superamento di situazioni di crisi. Allo stesso modo (art. 2351, comma 2, c.c.) è stata espressamente prevista la possibilità di emettere azioni che forniscano diritti correlati ai risultati dell’attività sociale in un determinato settore, e che possono configurarsi quale ulteriore strumento, oltre ai cosiddetti patrimoni destinati ad uno specifico affare (art. 2447 bis c.c.), per accedere a finanziamenti finalizzati. Da ultimo, sono state previste le cosiddette azioni riscattabili, particolarmente utili in nel caso in cui la partecipazione del socio si spieghi alla luce di rapporti extrasociali, quali ad esempio lavoro o fornitura. In caso di mancata emissione dei titoli azionari il trasferimento dell’azione diviene efficace nei confronti della società con la sua annotazione nel libro dei soci, precisando così la diversità di piani fra il trasferimento inter partes e la sua rilevanza per l’organizzazione sociale e l’esercizio dei diritti sociali. Per ciò che concerne i rapporti fra girata del titolo nominativo e iscrizione nel libro dei soci, a seguito dalla prima il trasferimento è perfetto tra le parti, mentre dalla seconda consegue la sua efficacia nei confronti della società. Il trasferimento delle azioni, per ciò che concerne le ipotesi di dematerializzazione sia obbligatoria sia facoltativa (art. 2355), avviene tramite scritturazione in conto. In tema di limitazioni al trasferimento delle azioni, sono stati previsti interventi particolarmente incisivi, al fine sia di ampliare lo spazio per l’autonomia statutaria, sia a fornire le necessarie garanzie ai soci e ai terzi.
5. L’assemblea: in primo luogo, è stata ristretta la competenza dell’assemblea ordinaria delle società che optino per il sistema dualistico (vedasi punto 6), interponendo fra assemblea e organo amministrativo un consiglio di sorveglianza (art. 4, comma 8, lett. D, l. 311/2001) In tal caso l’assemblea ordinaria avrà l’unica funzione di nominare e revocare i consiglieri di sorveglianza, determinare il loro compenso e deliberare sulle responsabilità, mentre spettano al consiglio di sorveglianza materie quali la nomina e la revoca degli amministratori e l’approvazione del bilancio d’esercizio. Secondariamente gli amministratori non potranno, di propria iniziativa, sottoporre all’assemblea operazioni attinenti alla gestione sociale. È infatti stato ammesso solo che lo statuto possa richiedere che l’assemblea autorizzi gli amministratori al compimento di determinate operazioni, precisando che resta ferma in ogni caso la responsabilità degli amministratori per gli atti compiuti, quantunque autorizzati dall’assemblea, evitando il discarico di responsabilità. La convocazione dell’assemblea su richiesta dei soci innova altresì il TUF (art. 125, d. lgs. 58/98), prevedendo espressamente (art. 2366, comma 4, c.c.) la validità dell’assemblea totalitaria anche in assenza delle formalità di convocazione, fatte salve le facoltà per il socio di opporsi alla trattazione di argomenti per i quali non si ritenga sufficientemente informato, con il corollario dell’obbligo della comunicazione delle deliberazioni assunte ai membri non presenti all’assemblea, in modo da garantire eguali livelli di informazione. Per ciò che concerne i quorum costitutivi, questi sono stati rivisti sotto un duplice profilo: da un lato la formazione delle deliberazioni; dall’altro la tutela adeguata delle minoranze. È stato peraltro disposto che le azioni per le quali non può essere esercitato il diritto di voto sono computate nel quorum costitutivo dell’assemblea, mentre le stesse azioni e quelle dei soci che si sono astenuti dal voto per conflitto di interessi non sono computate nel quorum deliberativo. È stato peraltro ammesso il voto per corrispondenza o l’intervento in assemblea mediante mezzi di telecomunicazione. Il diritto di intervento nell’assemblea è stato reso funzionale dall’espressione del voto, escludendo così l’intervento dei nudi proprietari delle azioni. La necessità del deposito preventivo delle azioni o della relativa certificazione è stata rimessa alla valutazione dello statuto; in mancanza di disposizioni statutarie al riguardo, il deposito preventivo dovrà essere ritenuto superfluo. In tema di invalidità delle delibere assembleari, le ipotesi di invalidità escludono le ipotesi di invalidità atipiche, quali l’inesistenza delle delibere assembleari. È stato pertanto introdotto il principio di tassatività delle ipotesi di invalidità delle deliberazioni assembleari previste dalla legge. L’annullabilità per violazione di norme, anche imperative, di legge o di clausole dello statuto, e la nullità nelle ipotesi indicate nel nuovo art. 2379 c.c. All’impossibilità o illiceità dell’oggetto si sono aggiunte la mancata convocazione dell’assemblea e la mancanza del verbale della deliberazione. Cause sananti la nullità sono state individuate dal legislatore nella sanatoria per decorso di tre anni dall’iscrizione della deliberazione o dal suo deposito nel registro delle imprese oppure, per le deliberazioni che non vi sono soggette, dalla trascrizione nel libro delle adunanze delle assemblee. Sono state previste anche sanatorie per le invalidità di deliberazioni vertenti su specifici soggetti, quali l’aumento o la riduzione del capitale o l’emissione di obbligazioni.
6. l’amministrazione e il controllo: la principale innovazione della riforma consiste nella possibilità di scegliere, in alternativa al modello tradizionale di amministrazione e di controllo, che si applica in mancanza di differente scelta statutaria, due ulteriori modelli di amministrazione e controllo, e precisamente il sistema dualistico e il sistema monastico. Il sistema dualistico prevede la presenza di un consiglio di gestione e di un consiglio di sorveglianza. Al primo spetta esclusivamente la gestione dell’impresa. Esso è costituito da almeno due componenti, anche non soci, ed è nominato dal consiglio di sorveglianza (art. 2409 novies, commi 1, 2 e 3 c.c.), e ad esso si applicano tutte le norme stabilite per il consiglio di amministrazione, ove compatibili. Il consiglio di sorveglianza è costituito da almeno tre componenti, di cui almeno uno deve essere iscritto nel registro dei revisori contabili istituito presso il Ministero della giustizia, ed è nominato dall’Assemblea ordinaria. Ad esso sono attribuiti sia i compiti di vigilanza e le responsabilità del collegio sindacale, sia molti di quelli di norma attribuiti all’assemblea ordinaria (nomina e revoca del consiglio di gestione, loro retribuzione, approvazione del bilancio, promozione dell’azione sociale di responsabilità). A tali deliberazioni sono applicate le disposizioni in tema di voto, di validità e di impugnazione stabilite dall’art. 2388 per le deliberazioni del Consiglio di amministrazione. Tale modello, di ispirazione franco-tedesca, attua la dissociazione fra proprietà dei soci e potere degli organi sociali. Il sistema monastico prevede un modello di amministrazione sostanzialmente uguale a quello tradizionale, nel quale le differenze consistono nell’impossibilità di affidare l’amministrazione ad un amministratore unico e nell’eliminazione del collegio sindacale. Quest’ultimo è sostituito dal comitato per il controllo sulla gestione, nominato dal consiglio di amministrazione al suo interno e composto da amministratori che non svolgono funzioni gestionali e che, oltre ad essere in possesso dei requisiti di indipendenza stabiliti per i sindaci, devono avere almeno un componente scelto fra gli iscritti nel registro dei revisori cointabili istituito presso il Ministero della giustizia. La circostanza che la vigilanza sull’amministrazione sia svolta da un comitato formato all’interno del collegio sindacale, non determina un minor rigore nell’attività di controllo, poiché indipendenza, professionalità, poteri e doveri coincidono con quelli del collegio sindacale. In tal modo è attuato un modello più semplice e flessibile rispetto agli altri modelli altermnnativi. Il sistema tradizionale di amministrazione e controllo continua a basarsi sulla distinzione tra organio di gestione e organo di controllo (collegio sindacale). Tuttavia, in tale orizzonte, la gestione dell’impresa sociale spetta in via esclusiva agli amministratori, che hanno poteri di gestione esrtesi a tutti gli atti rientranti nell’oggetto sociale, e una rappresentanza generale per tutti gli atti compiuti nel nome della società. L’amministrazione è sempre affidata ad un amministratore unico ovvero ad un consiglio di amministrazione, compensato da un’effettiva partecipazione di tutti i consiglieri alla gestione della società. A tal fine sono state aumentate le attribuzioni non delegabili, un ampio e periodico obbligo informativo degli organi delegati al consiglio o al collegio sindacale sulle operazioni più rilevanti per dimensioni e caratteristiche (fra cui le operazioni atipiche) fra cui spiccano quelle concernenti la gestione delle controllate. Fra l’altro, è stata finalmente data un’organica disciplina alle stock options, con la cautela di una congrua motivazione in sede di deliberazione assembleare sulla congruità all’interesse sociale della loro concessione. Sono stati ampliati anche gli obblighi della circolazione delle informazioni fra i membri del consiglio, cui si ricollega naturalmente il problema della responsabilità degli amministratori. Infatti, questi, nell’ademopimento del loro incarico, dovranno usare la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico. Il che non significa che debbano essere tutti periti in contabilità, strateghi finanziari, maghi in ogni settore della gestione e dell’amministrazione dell’impresa (praticamente tuttologi), bensì che le loro scelte siano informate e meditate, basate su effettive conoscenze delle varie problematiche e frutto di un rischio calcolato, e non di irresponsabile o negligente improvvisazione. È probabilmente una delle norme più riuscite della riforma, che impedisce cioè la lottizzazione delle cariche sulla base delle strategie del pacchetti maggioritari, nella consapevole difesa dell’interesse sociale, che è sempre più un interesse diffuso. La responsabilità è sempre solidale, tuttavia, sarà valutato ogni singolo apporto degli amministratori. L’azione sociale di responsabilità , come già previsto dal TUF, è esercitabile da tanti soci che rappresentino almeno il 20 per cento del capitale sociale. Il Collegio sindacale ha perso il controllo contabile, ora affidato ad un revisore o ad una società di revisione, con l’eccezione delle società che oltre a non fare ricorso al mercato dei capitali di rischio non siano tenute alla redazione del bilancio consolidato. I suoi compiti sono stati limitati alla vigilanza sull’osservanza della legge e dello statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione e sull’adeguatezza dell’assetto amministrativo, organizzativo e contabile della società. Sono state ampliate anche le cause di ineleggibilità e di decadenza al fine di garantire l’indipendenza e la neutralità di tutti i sindaci. Decisamente innovativo il controllo contabile, sempre presente nelle società che adottino il sistema sionistico e dualistico; qualora si tratti di società che facciano ricorso al mercato dei capitali di rischio il controllo contabile sarà esercitato da una società di revisione; nelle altre società potrà essere un revisore persona fisica. La responsabilità del revisore è analoga a quella del sindaco, ed è illimitata stante la funzione deterrente alle violazioni che tale figura riveste o dovrebbe rivestire. Una responsabilità limitata, assicurabile con premi modesti renderebbe infatti amministratori, revisori e sindaci sostanzialmente irresponsabili e quindi privi di ogni tensione per porre in essere comportamenti diligenti.

Cecilia A. Rabà

(la seconda parte della riforma del diritto societario, concernente gruppi, società a responsabilità limitata e cooperative, sarà pubblicata lunedì 20 febbraio)
:: posted by il Castello @ 19:29


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