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il Castello WeBlog

 

 

"http://ilcastello1.net A quasi tre anni di distanza dall'ultimo cambiamento, chiarita urbi et orbi l'inaffidabilità di Fini, ci riproviamo a dare una casa comune ai blogger di Centro Destra.
I Principi ispiratori sono sempre gli stessi e si basano sulla Libertà Individuale, la Proprietà Privata, la ricerca del Benessere e della Sicurezza, nell'ambito di una società le cui radici affondano nella Romanità e nella Cristianità e, quindi, su valori etici e morali solidi e non ambigui e in cui la Famiglia, come nucleo di base della società degna di tutela, è solo quella formata da un Uomo e una Donna.
Noi non abbiamo cambiato bandiera, nè Valori, per questo possiamo a viso aperto reclamare la coerenza di questo aggregatore, rigorosamente di Centro Destra.
Il Castello si "sposta" quindi a questo link "http://ilcastello1.net aprendo a tutti coloro che condividendone principi, idee e collocazione politica, vorranno contribuire al suo successo.
Il "vecchio" Castello resterà comunque in linea e, per qualche tempo ancora, anche in funzione, ma sin d'ora invitiamo tutti a collegarsi al "nuovo" Castello "http://ilcastello1.net, che già vede aggregarsi blogger in attività di Centro Destra.

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Riforma diritto fallimentare.

Con l’espressione fallimento si indica lo stato patrimoniale di un soggetto che non ha più la capacità di far fronte puntualmente alle proprie obbligazioni. Prima dell’intervento del dlgs 5/2006, l’istituto era disciplinato dalla r.d. n 267 del 1942, pertanto si viene a percepire immediatamente la ratio di una riforma necessaria quanto attesa.
Il fallimento era visto come una sanzione nei confronti dell’imprenditore incapace che, per tale motivo, veniva spossessato del suo patrimonio e soggetto a limitazioni di tipo personale.
In questi anni l’aggiornamento della materia è stato garantito dagli interventi della Corte Costituzionale e dal rilevantissimo contributo della giurisprudenza; tuttavia, era necessario procedere a cambiamenti da tempo richiesti anche dagli operatori del settore.
Due sono i profili principali di cui si è dovuto tenere conto per la riforma: innanzitutto l’esigenza di semplificare una procedura troppo macchinosa e antiquata che aveva come immediata conseguenza uno spropositato allungamento dei tempi della procedura.
Per comprendere la situazione basti pensare che i tempi medi per giungere al termine della procedura di fallimento in Italia negli ultimi 10 anni sono stati in media di 15 anni contro gli appena 3 anni degli altri ordinamenti interni a livello comunitario.
In secundis la necessità di tutelare maggiormente i creditori soddisfatti nella loro situazione giuridica attiva soltanto per il 14,5% sempre contro il 40% a livello comunitario.
Tra i punti salienti su cui la riforma interviene, va citato subito la modifica di uno dei presupposti per la dichiarazione d fallimento, ossia la qualifica di imprenditore come commerciale, potendosi ora avere l’accesso alle procedure fallimentari anche dell’imprenditore agricolo.
Si è preferito, infatti, ad un criterio distintivo per attività, un criterio qualificativo dimensionale, potendosi del resto avere nell’attuale contesto economico imprese agricole di notevoli dimensioni, che ha portato all’esclusione dei piccoli imprenditori di cui all’art.2083 c.c.
Cambia l’ottica sottesa alla procedura: il giudice delegato ha perso la sua funzione di direzione, assumendo quella di arbitro delle regole, mentre i protagonisti si identificano nei creditori, considerati i migliori giudici relativamente alle modalità per soddisfare i propri diritti e nel curatore, vero e proprio gestore del fallimento.
A ciò si aggiunga la grande attenzione riservata alla conservazione dei nuclei produttivi e al recupero delle capacità dell’impresa, in modo da assicurare ai creditori una più forte garanzia patrimoniale.
La modifica dei ruoli ha investito anche il fallito, considerato come un imprenditore che, correndo il rischio di mercato, si è ritrovato perdente.
Di qui il venir meno dei limiti di natura personale e, in caso di correttezza di comportamento, la previsione di potersi liberare dei debiti residui con il nuovo istituto dell’esdebitazione.
Inoltre, nella riforma, con la procedura anticipatoria di crisi l'imprenditore-debitore rimane nella gestione dell'impresa che esercita secondo un piano di risanamento da lui stesso predisposto ed accettato dai creditori ed omologato dal tribunale, con l'effetto che ne rimane potenziata ogni possibile iniziativa di recupero. Conseguentemente si pongono dei limiti all’avvio delle procedure concorsuali obbligatorie dovendosi tener conto dello stato di fatto in cui versa l’impresa.
Da ultimo è soppressa ogni forma di incapacità che non sia funzionale all'utile svolgimento della procedura.
Si conferisce rilievo penale alle sole condotte concretamente lesive degli interessi dei creditori e solo quando l'imprenditore si sia rappresentato lo stato di insolvenza quale effetto della sua condotta; si evita altresì di sanzionare condotte già punite da norme penali generali.
Si viene pertanto a sostituire la precedente disciplina penale basata sul formalismo e passaggi obbligati che finivano per costituire le cause principali dell’allungamento dei tempi anche quando mancavano le condizioni necessarie che di fatto giustificavano tali fasi endoprocedimentali.
Tutta questa serie di accortezze ha permesso di rispondere efficacemente alle due esigenze principali che la riforma si proponeva, ossia di abbreviare i tempi e tutelare maggiormente i creditori. Al tempo sapere se il dlgs n 5 del 2006 ha saputo soddisfare pienamente questi punti.
:: posted by CampaniArrabbiata @ 19:00


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