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il Castello WeBlog

 

 

"http://ilcastello1.net A quasi tre anni di distanza dall'ultimo cambiamento, chiarita urbi et orbi l'inaffidabilità di Fini, ci riproviamo a dare una casa comune ai blogger di Centro Destra.
I Principi ispiratori sono sempre gli stessi e si basano sulla Libertà Individuale, la Proprietà Privata, la ricerca del Benessere e della Sicurezza, nell'ambito di una società le cui radici affondano nella Romanità e nella Cristianità e, quindi, su valori etici e morali solidi e non ambigui e in cui la Famiglia, come nucleo di base della società degna di tutela, è solo quella formata da un Uomo e una Donna.
Noi non abbiamo cambiato bandiera, nè Valori, per questo possiamo a viso aperto reclamare la coerenza di questo aggregatore, rigorosamente di Centro Destra.
Il Castello si "sposta" quindi a questo link "http://ilcastello1.net aprendo a tutti coloro che condividendone principi, idee e collocazione politica, vorranno contribuire al suo successo.
Il "vecchio" Castello resterà comunque in linea e, per qualche tempo ancora, anche in funzione, ma sin d'ora invitiamo tutti a collegarsi al "nuovo" Castello "http://ilcastello1.net, che già vede aggregarsi blogger in attività di Centro Destra.

"http://ilcastello1.net


CUORI NERI: diamo a Cesare quel che è di Cesare.


Giovedì 23 a Milano erano in presentazione 2 libri. Chissà perchè allo stesso orario. Forse avrei dovuto andare a sentire Tommaso Staiti, ex-deputato ed ex-consigliere comunale per il MSI che presentava " Confessione di un fazioso" e mi sarei incavolato di meno. O forse è stato meglio essere andato a sentire Luca Telese che presentava "Cuori Neri"; perchè ho capito alcune cose. Presenti Ignazio La Russa e Gad Lerner. Sù,non cominciate a storcere il naso per la presenza del giornalista dell' Infedele:non dobbiamo essere "aperti al dialogo e disponibili ad una civile e pacata rivistazione storica di quegli anni" ? E poi, leggendo l'articolo uscito il giorno dopo sul "Giornale" veniamo ad apprendere la "commozione" di Gad. Poverino ! Che cuore tenero l'ex di Lotta Continua. Peccato che alla cronaca manchino dettagli in fin dei conti trascurabili... Tz, tz ! Tralasciamo che il buon Gad fosse in compagnia di 5 o 6 ragazzi dall'aspetto sinistro: potrei sbagliarmi, l'abito non fa il monaco. Eppoi, in fondo, c'è da capire: tra il pubblico potrebbe esserci qualcuno che non gradisce...Si sa, i post-fascisti son democratici, ma sempre fascisti rimangono... Predetto questo, è il tipo di pentimento a non convincermi. Dopo averci ben spiegato che la sua adesione a LC era in fondo marginale, Lerner ci ha reso noto che provò infelicità per l' omicidio di Sergio Ramelli e che è contento che i suoi figli giochino oggi nei giardini a Lui intitolati, "perchè quei morti sono anche nostri morti". Magari avrebbe dovuto ricordare che la morte di Sergio fu accolta da applausi in Consiglio Comunale a Milano, per far meglio capire il vero clima di quegli anni. E che ci sono ancora Consigli Comunali che si oppongono a dedicargli vie; e che molte commemorazioni sono ancora oggetto di dure contestazioni da parte dei nuovi "antifascisti militanti". Forse avrebbe aggiungere che solo 2 giorni dopo l'inaugurazione dei giardinetti (bel compromesso, una via sarebbe stata troppo anche per i compiacenti ex-comunisti...), dopo una manifestazione no-global, nella centralissima Via Broletto, sui muri della CONSOB sia apparsa l' infame scritta "10 100 1000 Ramelli". Ma forse Lerner , troppo impegnato a provar dolore, queste cose non le sa. Non sa che Milano ancor oggi pullula di Centri Sociali pronti ad esplodere di nuovo, tenuti buoni con troppi regali. Subito dopo questa autocritica, Lerner ha aggiunto: " molti di noi hanno pagato". COME NO ? Tant' è che il giorno dopo NELLO STESSO LUOGO della presentazione del libro di Telese, c' è stato un dibattito dal titolo edificante: "Il carcere e le droghe nel 2006. Tossicodipendenze, recidiva, amnistia mancata.". Con l'introduzione ed il coordinamento di SERGIO SEGIO, il "Comandante Sirio" di Prima Linea e la partecipazione di SUSANNA RONCONI, ex Brigate Rosse e Prima Linea. Entrambi a piede libero, collaborano anche con strutture pubbliche. Oppure , per un' altro esempio che mi viene in mente , è forse il caso di SAVERIO FERRARI, capo del servizio d'ordine milanese di Avanguardia Operaia , oggi dirigente di Rifondazione ed ancora impegnato nelle schedature nell' Osservatorio Democratico sulle Destre ? E Telese, spesso a braccetto di Lerner , si preoccupa durante il dibattito, delle magliette di Calderoli ... "Molti di noi hanno pagato ma" , prosegue Gad , "sarebbe bene che anche la classe dirigente di AN facesse autocritica su quegli anni." E la Russa, zitto, o quasi. Anzi, alla fine concorda sulla necessità , proposta ripetutamente da Lerner, di mettere una pietra sopra. Ma sì ! Scurdammoce 'o passato, e magari Sofri libero ! Ma la cosa peggiore di tutta la serata è stata che a Guido Giraudo, presente in Teatro, autore dell' importantissimo libro "Sergio Ramelli una storia che fa ancora paura" , che tra mille difficoltà di diffusione resta il primo libro che parla dei Nostri Morti , non è stato rivolto nemmeno un ringraziamento, una citazione. Perchè è ancora così: se a fare del Revisionismo sulla "resistenza" è Pansa , tutto va bene. Anche se era stato già detto tutto da Giorgio Pisanò. E se a parlare dei Cuori Neri è Telese che è di sinistra, tutto è legittimo. Mentre il libro di Giraudo, che contiene anche le storie degli altri ragazzi caduti deve continuare a circolare solo nei circuiti alternativi.
Solo la sinistra deve essere depositaria della Storia, ed anche quando le infamità sono state commesse in suo nome, solo da essa può giungere la verità. Questa è l'amara conclusione di quella serata.
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Le nostre idee

LE NOSTRE IDEE

Quante volte ci siamo soffermati a pensare ai nostri valori, ma più ci pensiamo e più siamo orgogliosi di quello che siamo e non vorremmo cambiare mai!I nostri ideali sono contro la droga, contro l’immigrazione, per la vita, Dio Patria e Famiglia, contro la pedofilia e contro ogni forma di maltrattamenti dei bambini e per la protezione degli animali.
La droga, di qualsiasi genere, molti non si rendono conto di quanto sia una cosa letale, una forma di suicidio lento e trucidante e una sofferenza non solo per la persona stessa che assume sostanze stupefacenti, ma anche per le persone che gli stanno accanto per quelle che gli vogliono bene, per quelle che lo vorrebbero aiutare. Ai nostri giorni sempre più minorenni ne fanno uso, cominciano sempre per scherzo con una canna e poi, senza accorgersi della gravità dopo poco passano già allo spinello come se la loro vita fosse un gioco, ma in quel gioco ogni boccata di fumo e una boccata di aria che togli alla tua vita. Non basta dire che drogarsi è una cosa sbagliata bisogna esserne convinti veramente, ma stiamo diventando tutti troppo fragili e facilmente influenzabili dal giudizio degli altri, che mettiamo in pericolo la nostra vita per non farci deridere e per far parte di un gruppo!!!!
Noi diciamo NO non ci stiamo a lasciare che la nostra vita prenda una via di non ritorno, non ci stiamo che siano gli altri a decidere per noi, non ci stiamo a morire perché noi la vita la amiamo!!!!!
Siamo contro l’immigrazione clandestina, contro quegli extracomunitari che entrano nel nostro Paese solo per vivere di espedienti come rubare o uccidere, guadagnare con la prostituzione o spacciare droga. Ma non siamo razzisti e quando una persona, di qualsiasi paese, religione o modo di vivere lavora nel nostro Paese, paga le tasse, rispetta le regole e pratica quello che vuole civilmente e nel rispetto degli altri, per noi quella persona vale come tutti gli altri italiani ed è degna di rispetto come tutti.
Dio perché si possa credere in ciò che si crede senza la paura di ritorsioni o il peso di rendere conto a qualcuno di quello in cui crediamo. Chiaramente però non siamo per una laicità estremistica, che leva i crocifissi dai luoghi pubblici per paura di offendere qualcuno di un'altra religione. Siamo per ritenere il Cristianesimo una religione di esempio per tutti, credenti, atei o agnostici, per la figura di Gesù Cristo morto in croce per salvarci.

Patria perché ci sia una sola vera Nazione la nostra Italia, che sia unita e che abbia la forza di poter affrontare il mondo, che sia degnamente rappresentata e che nell’insieme delle nazioni non sia solo una piccolo punto dell’Europa, ma che sia il centro dell’Europa per la quale senza non ne sa stare!!! La nostra casa, la nostra lingua e tutte le nostre caratteristiche non vengano perse mai, ma tramandate di generazioni in generazioni e che siamo fieri di essere italiani senza mai vergognarcene!!!
Famiglia perché sia uno di quei valori che non si cancellino mai, che resti il rispetto dei nostri Padri e delle nostre Madri, che si abbia la forza di essere a nostra volta genitori per dare un futuro alla nostra nazione e che ai nostri figli si insegnino ad amare la vita e tutto ciò che regala!!!
Siamo contro la pedofilia e qualsiasi altro maltrattamento dei bambini perché solo gente infame si può permettere di prendersela con chi non ha la forza di difendersi, ma soprattutto gente che non merita il regalo della vita perché chi spezza l’innocenza e la spensieratezza di bimbi non ha diritto ad essere trattato come una persona umana, ma peggio delle bestie!! I bambini nei loro sguardi devono avere quegli occhi persi nella felicità, che riflettono la luce che brilla nei loro cuori non devono esserci bambini che nei loro occhi vedi la paura, il terrore di rimanere chiusi soli in una stanza, il disprezzo di vedere una persona approfittare e abusare di loro!!! Ma come si può avere il coraggio di fare delle azioni simili, come si può spezzare la giovinezza di dolcissimi bimbi togliendogli quello di più bello che hanno quando sono piccoli: la loro purezza?! Ma chi non ha neppure la coscienza di cui vergognarsi quando toglie ad un bambino il diritto alla felicità e glielo sostituisce con un dovere forzato di paura?!
Noi vorremmo che non accadano più queste cose e che ogni bimbo abbia la sua vita e che la possa vivere felice basta alla pedofilia!!!!
Siamo contro le sevizie e le crudeltà sugli animali, anche se non possiamo negare che l'uomo da sempre ha usato pellicce per coprirsi e ha mangiato carne. Ciò che conta è non oltrepassare i limiti.
Basta all’uccisione di animali come cavie!
Siamo per una giustizia giusta ma severa, che dia la possibilità al condannato di redimersi dal reato commesso ma che al tempo stesso riesca a dare consolazione alle vittime che il suo gesto ha offeso. Ogni condannato in carcere deve guadagnarsi il pane da mangiare lavorando duramente, sennò resta a digiuno, non possiamo pagare noi italiani per mantenere ladri ed assassini. Siamo per la castrazione chimica dei pedofili, per la pena di morte solo in alcuni e gravissimi casi in cui non ci sia la possibilità di recuperare il condannato.

Questi sono le mie idee e penso che altri del Castello le condividano.
Riccardo
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La Casa delle Libertà per l'Occidente

Cos'hanno in comune l'appello del Presidente del Senato Marcello Pera Per l'Occidente - da noi sottoscritto - e il Programma della Casa delle Libertà - da noi idealmente sottoscritto - presentato ieri dal Premier Silvio Berlusconi ?
La semplicità.
La chiarezza nelle enunciazioni.
La concretezza dei propositi.
La validità dei Valori cui si ispirano.
E sono due documenti complementari.
Quello di Pera, come si dice, "vola alto", cerca (e riesce) a dare spessore etico e morale ad un impegno politico e sociale, ci propone i Valori fondanti di una comunità civile, quella Occidentale, che ha realizzato quanto di meglio abbia visto la storia dell'Umanità.
Ci comunica l'urgenza di un recupero diffuso di quei Valori contro il nichilismo di sempre e il relativismo di oggi, per resistere all'aggressione che un antico (e già sconfitto, ma sempre pericoloso nemico) sta portando alla Civiltà, sfruttando proprio i nostri principi di tolleranza, pace e fratellanza e approfittando di una immeritata circostanza favorevole che vede molti paesi musulmani detentori (momentanei) di un bene fondamentale al funzionamento delle nostre tecnologie.
Il Programma della Casa delle Libertà, invece, scende nel concreto e senza le fumose circonlocuzioni delle quasi 300 pagine del libro rosso di Prodi, Luxuria, Caruso, Grillini & Co., propone di continuare il percorso riformatore iniziato nel 2001.
Fisco e famiglia.
Grandi Opere e istruzione.
Sud e sviluppo.
Casa e sanità.
Energia e giustizia.
Già, giustizia: meritevole, grazie alla magistratura di parte che ci ritroviamo, della "g" minuscola.
E la preghiera del presidente della repubblica Ciampi che, dopo l'attacco fazioso al Premier, invita i magistrati ad apparire imparziali (notare bene: non ad esserlo, imparziali, solo a far finta di esserlo!).
E magistrati che si candidano nelle file della sinistra o diventano assessori nelle giunte di sinistra, sono una prova (ben più concreta e inconfutabile delle teorie che quegli stessi magistrati escogitavano contro Berlusconi) di quanto la magistratura sia divenuta, per opera di alcuni e acquiescenza di altri, collaterale alla sinistra, quindi priva di credibilità e di legittimità a giudicare l'azione degli altri cittadini (soprattutto di coloro che si riconoscono nel Centro Destra contro il quale quei magistrati si candidano nelle liste di sinistra).
E poi la riforma federale, una delle più importanti che abbiamo avuto, che consente di avvicinare i cittadini agli amministratori, eliminando alibi e reti protettive per le incapacità degli amministratori locali.
E la posizione di rilievo che la politica estera del Governo Berlusconi ha dato alla nostra Patria e che sarà certificata il 1° marzo prossimo da un evento quanto mai raro e che rende onore non solo al Premier, ma a tutti noi: Berlusconi parlerà al Congresso Americano, riunito in seduta straordinaria.
E' quindi un impegno forte, nei Valori e nel concreto.

La Casa delle Libertà
Per l'Occidente.



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L'Occidente è vita. L'Occidente è civiltà. L'Occidente è libertà

Per l'Occidente.
Così titola il manifesto che, auspice il Presidente del senato Marcello Pera, è stato diffuso per la sottoscrizione da parte di chi ne condivide i valori e i principi ispiratori.
Nel titolo di questo breve post sono già riassunti alcuni di tali principi.
Principi in positivo, diversamente da altri che tendono a identificarsi sottolineando non "per" cosa sono, ma "contro" cosa sono (i famosi "anti").
Il manifesto è breve e chiaro, per questo di agevole lettura.
Non lascia spazio a dubbi: siamo sotto attacco.
Le nostre libertà, le nostre solide abitudine e convinzioni sono minacciate.
E non siamo capaci di reagire come dovremmo.
"l'Occidente non ama più se stesso".
Il manifesto cita quello che, con piena ragione, potrebbe oggi essere il "presidente dell'europa": Benedetto XVI.
Perchè è l'europa il ventre molle dell'Occidente.
Ci siamo per troppo tempo cullati sotto l'ombrello protettivo Americano e adesso che dovremmo affiancare i nostri valorosi Alleati, ci tiriamo indietro.
Abbiamo paura.
Alcuni hanno si sentono "colpevoli del nostro benessere, proviamo vergogna delle nostre tradizioni, consideriamo il terrorismo come una reazione ai nostri errori".
Mi sembra un atteggiamento sciocco se solo si pensa a tutto il bene che la nostra Civiltà ha portato nel mondo in termini di qualità della vita, cultura, aiuti umanitari, cure mediche, conoscenze per produrre anche quel cibo necessario a non morire di fame ed essere autosufficienti.
Libertà, Civiltà, Vita.
Valori e principi che non appartengono ad una parte, ma all'intera Umanità.
Per questo il manifesto rappresenta quello in cui crediamo e per cui combattiamo, non solo oggi, ma da secoli.
E non possiamo permettere che opportunismi, vigliaccherie e malintesi possano spazzare via secoli di progresso.
Chi vuole aderire, come blogger o individualmente, può
cliccare qui.
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L'abolizione del servizio di leva obbligatorio

Approvata la legge Martino Il 29 luglio 2004, la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva il disegno di legge 4233-B, presentato dal Ministro della difesa, Antonio Martino, relativo alla "sospensione anticipata del servizio obbligatorio di leva e disciplina dei volontari di truppa in ferma prefissata". I punti principali della legge Sospensione della leva obbligatoria Sospensione della leva obbligatoria dal 1° gennaio 2005: in questi ultimi mesi il servizio militare sarà prestato dai nati entro il 1985. Chi ha ottenuto un rinvio della leva per motivi di studio fino al dicembre 2004 non partirà più. Le Forze Armate italiane saranno formate esclusivamente da professionisti Tutti i giovani di ambo i sessi dai 17 ai 25 anni possono, se in possesso dei requisiti richiesti, partecipare al reclutamento. Il passaggio da un modello all'altro Per garantire un livello adeguato di arruolamento volontario e fino al 2010, tutti coloro che desiderano entrare a far parte dei Carabinieri, delle Forze di Polizia, della Guardia di Finanza o della Polizia Penitenziaria e del Corpo Militare della Croce Rossa svolgeranno per un anno il servizio militare volontario. I VANTAGGI: ABOLIZIONE DELLA TASSA SULLA GIOVENTU' Affermazione delle libertà individuali La fine della coscrizione obbligatoria ribadisce la libertà di scelta del singolo cittadino. Modernizzazione del sistema della difesa Il crescente impegno del nostro Paese in operazioni di mantenimento della pace in tutto il mondo impone una preparazione adeguata per i nostri soldati. Nuove opportunità di lavoro Nuove opportunità di lavoro per uomini e donne, al servizio dello Stato, con un percorso formativo gratificante e professionalmente valido.


Il discorso del ministro della Difesa, Martino:
La sospensione anticipata del servizio obbligatorio di leva Intervento dell'on. Antonio Martino, Ministro della difesa, alla Camera dei Deputati il 29 luglio 2004 Signor Presidente, vorrei approfittare dell'occasione per rivolgere innanzitutto un ringraziamento all'ottimo relatore, Onorevole Gamba, al Presidente e a tutti membri della Commissione difesa, ma soprattutto a tutta la Camera, in quanto il disegno di legge in materia di sospensione anticipata della leva obbligatoria - ho ascoltato il dibattito di questa mattina dal mio studio - è stato definito anche da membri dell'opposizione un provvedimento epocale o storico. Con esso si conclude un iter legislativo che - è doveroso ricordarlo - è iniziato nella scorsa legislatura per iniziativa della maggioranza di allora. A questo proposito, vorrei ringraziare in particolare il mio predecessore, Onorevole Mattarella (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo). Chi vi parla crede fortemente nell'importanza insostituibile dell'opposizione; infatti, a rendere democratico un paese non è l'esistenza del Governo, in quanto vi sono governi anche in paesi non democratici. Un paese è democratico soltanto se vi è un'opposizione credibile, rigorosa ed intransigente, il cui compito non è soltanto quello di controllare e di stimolare l'attività del Governo in quanto, in certe occasioni, quando sono in gioco gli interessi di lungo periodo del paese, l'opposizione deve essere in grado di mettere da un lato gli interessi di parte per riconoscersi in quegli interessi generali che sono patrimonio comune della maggioranza e dell'opposizione. Il provvedimento in questione - è stato ricordato anche dal presidente Ramponi - fa gli interessi di molte migliaia di nostri giovani, il cui ingresso nel mondo del lavoro era stato finora ritardato dalla necessità di adempiere agli obblighi di leva, ma fa anche e soprattutto gli interessi delle Forze armate nel momento attuale. Le Forze armate, oggi, non possono permettersi di inviare in missioni internazionali, inevitabilmente rischiose, persone costrette ad indossare l'uniforme. Occorre inviare persone che volontariamente compiono questa scelta e che hanno avuto il tempo per acquisire le professionalità necessarie a svolgere egregiamente il loro lavoro in missione. Ho sentito da più parti osservazioni fondate. Vorrei precisare che il progresso dipende dalle imperfezioni; se non esistessero le imperfezioni, non vi sarebbe progresso, perché non vi potrebbe essere miglioramento. Questo provvedimento non è perfetto ma, essendo imperfetto, è perfettibile; ed è in questa luce, signor Presidente, che vorrei ringraziare tutta la Camera per il suo contributo a questa importante decisione.


ROMA – Il 29 luglio 2004 l'Aula della Camera ha definitivamente approvato il provvedimento che abolisce il servizio militare obbligatorio di leva a partire dal 2005. I sì sono stati 433, 17 i no, 7 gli astenuti (i Verdi). In base al testo approvato oggi, gli ultimi a prestare il servizio di leva saranno i nati nel 1985. Il provvedimento varato oggi dalla Camera anticipa di due anni la fine del servizio militare obbligatorio e dunque la nascita di un esercito professionale (in un primo momento la naja obbligatoria sarebbe dovuta terminare nel 2007). La nuova legge, dunque, fissa al primo gennaio 2005 la fine della leva e stabilisce l'arruolamento volontario a partire dal prossimo anno. Secondo la legge l'obbligatorietà del servizio militare termina con i nati entro il 1985. Chi, invece, ha ottenuto il rinvio della leva per motivi di studio, non dovrà più partire per il servizio militare. COSA CAMBIA - In base alla «Legge Martino» varata oggi alla Camera, le chiamate per lo svolgimento del servizio di leva sono sospese a decorrere dal 1 gennaio 2005. Fino al 31 dicembre 2004 sono chiamati a svolgere il servizio di leva, anche in qualità di ausiliari nelle Forze di polizia ad ordinamento militare e civile e nelle amministrazioni dello Stato, i giovani nati entro il 1985. Il servizio militare volontario potrà essere svolto, nei ranghi dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica, nella categoria dei Volontari in Ferma Prefissata (VFP) per la durata di un anno o quadriennale, con possibilità di rafferme, oppure in quella dei Volontari in Servizio Permanente (VSP).In base al testo approvato oggi, votato da tutta la Cdl e dal centrosinistra, mentre il Prc si è opposto e i Verdi si sono astenuti, viene anticipata la professionalizzazione delle Forze armate italiane. Il servizio di leva doveva scomparire del tutto a partire dal 2007, ma con la nuova legge l'esercito professionale sarà realtà già il prossimo anno. Per assicurare il mantenimento degli organici di Esercito, Marina ed Aeronautica, nella precedente lettura il Senato ha previsto che a partire dal prossimo anno i giovani che vogliano entrare nelle forze di Polizia dovranno passare un anno nelle forze armate. In pratica, per diventare poliziotti, carabinieri ma anche guardie di finanza, guardie forestali e vigili del fuoco, bisognerà fare un anno di naja, nel corso del quale si verrà pagati 850 euro al mese, che diventeranno 980 dopo il primo trimestre. Una volta congedato l'ultimo contingente di leva, le Forze armate italiane impiegheranno solo volontari, e l'Italia avrà a tutti gli effetti un esercito professionale, come quello della Gran Bretagna e degli Stati Uniti.NIENTE PIÙ OBIETTORI DI COSCIENZA - La fine della leva obbligatoria manda in soffitta anche gli obiettori di coscienza. In Italia l' obiezione di coscienza è legalmente riconosciuta dal 1972, con la legge 772 che istituisce il servizio civile in alternativa a quello militare. Prima di allora, per chi rifiutava la leva c' era il carcere. I primi due casi di obiezione di coscienza risalgono al 1948; rifiutavano la divisa inizialmente i Testimoni di Geova, assieme ad alcune personalità non violente ed i primi anarchici. All' inizio degli anni '60 si hanno i primi casi di obiettori cattolici. L' «esercito» degli obiettori nel tempo è cresciuto di numero e ora confluirà nel servizio civile volontario.
Io ho 14 anni e sono contento di non essere più obbligato a prestare servizio di leva.
Penso di parlare e di pensare riguardo a questa riforma come tanti ragazzi italiani.
E' utile per il nostro Paese perchè verrà creato un esercito di professionisti, è bello per noi perchè potremmo servire il nostro Paese con l'orgoglio di farlo perchè lo vogliamo noi, non perchè obbligati. L'abolizione di questo obbligo è stato un bel colpo di Berlusconi, come tute le sue riforme, di cui si parla sempre male ma che invece hanno aiutato il nostro Paese.
Ciao!
Riccardo
:: posted by Riccardo @ 19:11 | go to "L'abolizione del servizio di leva obbligatorio" | Help |

Ennesima legnata al Partito dei Complottisti di Stato.

Il Tribunale di Palermo ha assolto il direttore del Sisde, Prefetto Mario Mori, e il colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, il capitano 'Ultimo', imputati di favoreggiamento aggravato (in favore di Cosa Nostra) per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina, subito dopo l'arresto del boss il 15 gennaio del 1993. La sentenza, ampiamente attesa, è stata pronunciata dopo poco meno di due ore e mezzo di camera di consiglio. Né Mori (all'epoca della cattura di Riina era a capo del Ros) né di Caprio (il carabiniere che eseguì il blitz che portò all'arresto) erano presenti in aula. Ma l'ex "Ultimo" esprime la sua soddisfazione, parlando a telefono col suo legale: "Va bene così - dice - è una sentenza favorevole che mi restituisce la felicità turbata".

Ecco l' ultima sconfitta in ordine di tempo per il Partito dei Complottisti di Stato.
Un partito decisamente di sinistra presente in Italia da oltre 40 anni , tenacemente proteso a vedere dappertutto Stragi di Stato e Fasciste, Brigate Rosse sempre e comunque "sedicenti", Servizi Deviati, poliziotti e carabinieri collusi con la mafia, poltici corrotti e piduisti.
Un partito un pochino orbo, però, quando si tratta di far chiarezza sui finanziamenti da Mosca, sulle pensioni pagate ancor'oggi dall' INPS a criminali titini, su Unipol e Greganti, sulle barchette in leasing e sulle case in affitto a bassissimo costo a certi compari.
Un partito completamente senza memoria quando si tratta di ricordare che in piena guerra fredda un altro partto "cosiddetto" democratico era l'alleato più fedele del nemico per eccellenza della Nato.
Complottisti di Stato che nicchiano ancora sulle Foibe, il cui unico intento era la PULIZIA ETNICA contro gli Italiani e l'annessione dell'intero Friuli.
Complottisti di Stato che sentono solo tintinnar di manette verso Berlusconi , colpevole solo di essere bersaglio di avvisi di garanzia a tempo.
Complottisti di Stato che ancor oggi chiamano "provocatori infiltrati" i criminali infami che offendono la memoria dei caduti di Nassirya.

Sarebbe ora che questi bellimbusti del PCdS , dopo quest' ennesima legnata, cambiassero mestiere e, dopo aver venduto per anni bufale e mortadelle, si dessero al proficuo mestiere di pizzicagnoli. Ma forse i veri salami sono loro...
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MARANO NAPOLI ITALIA.


Permette una parola, Sig. Sindaco Mauro Bertini del Comune di Marano ?

Confesso che quando ho visto nei telegiornali un gonfalone comunale alla manifestazione di ieri dove qualche CRIMINALE E BASTARDO ha inneggiato ai terroristi irakeni che hanno massacrato i Nostri Soldati di Pace a Nassiriya non volevo crederci.
Ma dopo uno sguardo con la lente d'ingrandimento alla foto a pag. 8 del "Il Giornale" ed una piccola ricerca sui siti "ribelli" ho visto che il gonfalone istituzionale era quello di Marano di Napoli, il cui sindaco s'era già distinto qualche settimana fa per aver voluto dedicare una via ad Arafat anzichè ai Nostri Caduti in Irak.

La domanda che le voglio fare, Sig. Sindaco, è questa:
Anche lei, come il suo collega di partito ed onorevole Marco Rizzo del Pdci, NON HA SENTITO GLI INFAMI SLOGAN urlati e cantati nel corteo pro-palestina di ieri ?
Glieli ricordo: "L'Italia dall' Irak deve andare via, 10, 100, 1000 Nassiriya" - "Nassiriya Nassirya , la vogliamo anche in Italia per Caramba e Polizia".
Passi per le bandiere bruciate ,magari era intento a parlare della sua passata visita a Betlemme; ma via, proprio non ha sentito quegli slogan urlati e cantati e ripetuti non da 4 imbecilli come ora si vuol far credere, MA DA BASTARDI E CRIMINALI SODALI DEL TERRORISMO ? Eppure eravate solo in 1500, e vuol far credere ad uno che di cortei ne ha fatti parecchi come me di non aver sentito ?
Lei che portava addosso la FASCIA TRICOLORE per la quale i NOSTRI EROI SONO MORTI ?
Tornando a casa ,poi, come guarderà negli occhi i Comandanti della Polizia e dei Carabinieri di Marano ? Come potrà guardare negli occhi ogni singolo agente od un suo parente, con il contributo di sangue che i tutori dell' ordine versano ed hanno versato nella sua regione nella lotta contro la Camorra ?
Già, ma lei, come Rizzo, non ha sentito nulla...

Per chi volesse dare uno sguardo alle foto della manifestazione di ieri, le può trovare sul sito:

www.edoneo.org

dove appaiono diversi bimbi anche piccolissimi.

In una foto,dove troviamo Marco Ferrando intento a parlare con una signora bionda, fa capolino il testolino di un bimbetto con in testa un berretto nero con una foglia di marijuana verde.

Questa è la loro Italia.



:: posted by Starsandbars/Vandeaitaliana @ 15:35 | go to "MARANO NAPOLI ITALIA." | Help |

Hanno dimissionato un ministro

Che avrebbe combinato Calderoli? Avrebbe detto cio' che in Europa cominciamo a pensare tutti: da destra a sinistra; e cioe' che ne abbiamo pieni i coglioni. Si dice che un austero Ministro della Repubblica non avrebbe dovuto rischiare di creare incidenti diplomatici internazionali... gia'. Perche' secondo voi stavano ad aspettare la Padania per dare fuoco alle polveri? Ma se si sono ridisegnati le vignette a propria immagine e somiglianza per mostrare quanto l'occidente sia insensibile ad una cosi' alta forma di spiritualita'... E da quando in qua nel "nostro" mondo si assaltano le ambasciate per una vignetta? Che nessuno, per altro, ha mai visto; cosi' come la TShirt del ministro padano. Bene. Ora Calderoli si e' dimesso e tutti in Eurabia sono felici e contenti. Domattina incendieranno qualche altra ambasciata, o scanneranno il primo cristiano a caso perche' il crocifisso gli e' uscito inavvertitamente dalla giacca. Probabilmente verranno richieste le dimissioni del Papa, quando non del Padreterno... che verranno prontamente soddisfatte. Che si faccia sodomizzare chi vuole dal Turco o da chiunque altro, ma a pecoroni i popoli europei non ci si metteranno di propria iniziativa. Forse questa sarebbe materia per sondaggi d'opinione, ma ne' destra ne' sinistra s'azzarderanno mai a provarci. Il tema della nostra sopravvivenza non e' degno di essere usato in campagna elettorale.



:: posted by Lo PseudoSauro @ 19:14 | go to "Hanno dimissionato un ministro" | Help |

Calderoli, momento sbagliato

Premetto che sono d'accordo sul ministro Calderoli su molte cose, anche su questa che ha scatenato molte polemiche, ma sicuramente ha colto il momento sbagliato per commettere un gesto simile.
Ha colto un momento sbagliato perchè eventuali attentati o atti di ritorsione contro Italiani e Cristiani potrebbero intensificarsi, rischiando di provocare come in Spagna la vittoria dell'opposizione proprio ora che la CdL aveva ripreso il passo nei sondaggi.
Detto ciò comunque è da riuscire a distinguere l'Islam moderato (che spero esista), da quello integralista (meno numeroso ma più rumoroso), ma è difficile dato gli ultimi eventi.
Gli integralisti islamici a partire dai capi si basano su quelle 1000 persone o più per città (nelle più piccole, un numero più elevato per le grandi) fuori di testa, facilmente condizionabili e poco importanti, sufficentemente poco da buttare in prima linea.
Non so nemmeno se il vero obiettivo che spinge gli integralisti islamici ad essere così accaniti contro l'Occidente sia la religione, dato che mi sembra che nell'anno 2006 dopo Cristo si possano superare con le parole i problemi dovuti a cause di fede.
E' inoltre inevitabile negare il fatto che la nostra civiltà sia superiore alla loro.
Noi siamo l'Occidente, deriviamo da secoli di civiltà e cultura, loro sono l'Islam integralista( comunque Islam), una religione( ora parlo della religione islamica), basata su terrore e punizioni troppo severe, leggi troppo incivili per poter fare anche il minimo paragone con la meno civilizzata area europea o occidentale.
Basta guardare le impiccagioni di ragazze di 17- 18 anni condannate solo perchè hanno cercato di difendersi da uno stupro, basta leggere la Sharia (la Costituzione di ogni Stato Islamico), basta guardare l'odio che provano verso gli infedeli.
Calderoli, ha compiuto un gesto provocatorio si, ma inoffensivo e richiamante la libertà. Dove c'è scritto che uno non può vestirsi come vuole, disegnare quello che vuole, dire quello che vuole o pensarla come vuole??? Dove c'è scritto ciò??
Siamo in un Paese civilizzato e libero, nessuno e ripeto nessuno, soprattutto se proveniente da fuori può negarci la libertà.
La libertà, che l'Italia purtroppo non apprezza ancora del tutto, vinta con il sangue dai partigiani (veri, non quelli responsabili dell'eccidio compiuto dai nazisti delle Fosse Ardeatine o di Marzabotto) e dagli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale.
La libertà, il bene innegabile di ogni essere umano. Il dolce sapore della libertà!!!
Ieri sera è stato assaltato il consolato italiano a Bengasi in Libia e la polizia ha sparato sulla folla, ma posso dire che ha fatto più che bene, doveva difendere gli italiani, non i libici che al posto di starsene a casa loro sono andati a seminare il caos, chissà che l'abbiano capita che esistono altri modi per far capire al mondo che una certa cosa ha provocato un'offesa.
Comunque, dobbiamo anche renderci conto che un gesto così potrà ripeto provocare dei svantaggi alle elezioni e dobbiamo renderci conto che i beduini, abituati a mangiare una volta si e tre no sono più pronti di noi ad un eventuale scontro di civiltà che tutti speriamo non avvenga.


Riccardo
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Sentenza sui "guerriglieri":non in mio nome

Le sentenze dei tribunali italiani sono emesse "nel nome del popolo italiano".
Mi piacerebbe sapere nel nome di quale frazione del popolo italiano è stata emessa la sentenza che conferma la decisione del magistrato Forleo e legittima il reclutamento di poveracci per far loro il lavaggio del cervallo e mandarli ad uccidersi in Iraq, assassinando altre persone.
Sicuramente non è presa nel nome di quel popolo italiano che tanto si è prodigato, tramite le sue truppe, dopo la liberazione conquistata sul campo grazie agli AngloAmericani, per pacificare quella regione punita prima da Saddam, poi dal terrorismo musulmano.
Sicuramente non è presa nel nome dei nostri Martiri: Quattrocchi, i Caduti di Nassyria.
Sicuramente non è presa nel nome dei milioni di italiani che sono disponibili ad accogliere in pace gli immigrati, purchè questi non abbiano la pretesa di cambiare i nostri costumi, le nostre leggi e di imporre le loro.
A ben vedere sembra presa solo nel nome dei no global, dei pacifinti, dei soggetti come il prof. Marco Ferrando (di Rifondazione Comunista, il partito di Bertinotti determinante alleato di Prodi) che ha trovato il modo di giustificare l'assassinio dei nostri soldati a Nassyria.
A questo punto ci possiamo domandare: cos'altro dobbiamo aspettarci da questa magistratura ?
Sembrava ormai giunta al fondo del barile con le continue indagini (senza esito) contro Berlusconi.
Invece vediamo che Fiorani (Banca Popolare Italiana) il protagonista sconfitto della scalata all'Antonveneta è ancora in galera, mentre Consorte (Unipol) il protagonista sconfitto della scalata a BNL è libero.
E adesso l'appello (e speriamo che la cassazione faccia onore al suo nome) che assolve ancora dall'accusa di terrorismo internazionale chi ha reclutato e mandato in Iraq terroristi suicidi.
Che dire ?
Nell'agenda del prossimo governo non potrà mancare la giustizia, per affrontare, come fece Alessandro con il nodo gordiano, anche la questione inerente a questa magistratura nella quale, ormai, non mi riconosco più (e non credo di essere il solo) e che non emette sentenze anche "in mio nome" .
:: posted by Massimo @ 15:52 | go to "Sentenza sui "guerriglieri":non in mio nome" | Help |

La cartina di tornasole

Se qualcuno avesse per un attimo, magari in preda ai fumi dell’alcool, creduto alla “spontaneità” delle manifestazioni antioccidentali in corso nei paesi musulmani, vendute come “proteste” per le vignette (pubblicate a settembre 2005) presunte blasfeme nei confronti di Maometto, ora deve rinsavire.
Ieri è stata assaltata l’Ambasciata Americana in Pakistan.
Il Presidente Bush aveva, da subito, criticato il contenuto di quelle vignette e nessun giornale Americano pare le abbia pubblicate.
Perché allora bruciare le bandiere Americane e cercare di assaltare l’Ambasciata Statunitense ?
Perché è tutto preordinato.
E’ infatti da sciocchi pensare che le masse musulmane potessero venire a conoscenza, e montare una indignazione spontanea, di vignette pubblicate in un paese, la Danimarca, di cui forse non conoscono neppure ubicazione o esistenza.
Come risulta improbabile che siano in grado di reperire le bandiere della suddetta nazione, da dare alle fiamme, quando anche in paesi civili quelle bandiere non si trovano certo agli angoli delle strade.
Allora c’è una regia, che, basandosi sulla ignoranza e la mancanza di fonti alternative di informazione, gioca sul monopolio degli imam per scatenare le violenze, a puri scopi politici.

E se qualcuno avesse pensato che esistono musulmani “moderati”, anche in questo caso dovrà rinsavire.
Pare che L’UCOII, l’unione delle comunità islamiche italiane, abbia attivato un numero verde per raccogliere adesioni ad una causa contro i quotidiani che hanno pubblicato le vignette “incriminate”, esercitando quindi una pressione psicologica per limitare la libertà di stampa e di satira.
L’Ucoii sarebbe uno degli organismi che hanno dato vita alla consulta islamica, tanto cara a Pisanu.
E anche in questo caso, crediamo che abbia la vista più lunga il Ministro Calderoli che ha deciso di stampare e indossare T-shirt con stampate le vignette, per riaffermare l’inalienabile diritto alla satira, anche se graffia il sancta sanctorum dei musulmani.
E’ ora di smetterla di calare le braghe.Se questi vogliono imporci limiti alla nostra libertà, possono tornarsene a casa loro, prima che la legittima rabbia dei pacifici Occidentali deflagri e ve li rimandi manu militari.
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Leggo e riporto dal nostro Mariniello una sintesi di quelli che sono i punti del programma del Centro Destra che, secondo le indiscrezioni di stampa, il Premier Berlusconi vorrebbe presentare all’elettorato:
1. Riduzione della pressione fiscale complessiva al 38% (oggi è al 41,4%). Abolizione dell’Irap. Irpef con due sole aliquote: 23% fino a 100.000 euro e 33% dai 100.000 in su (l’obiettivo stabilito nel «contratto» 2001).
2. Creazione di un milione e mezzo di posti di lavoro. Ridurre il tasso di disoccupazione al 4,5%.
3. Aumento delle pensioni minime a 800 euro mensili.
4. Sanità, abolizione delle liste d’attesa attraverso il piano Storace.
5. Libri di testo gratis per tutti gli studenti che frequentano la scuola dell’obbligo.
6. Completamento dell’80% delle grandi opere infrastrutturali indicate nel Piano Lunardi.
7. Aumentare fino a 10.000 unità il numero dei “poliziotti di quartiere”.
8. Casa: piano di vendita agli inquilini di 900.000 immobili Iacp."


Leggo e riporto da Il Giornale una sintesi di Filippo Facci sulle posizioni divergenti della sinistra.
“Bignami per il candidato del centrodestra, aggiornamenti.
Pacs: Comunisti e Verdi li vogliono alla Zapatero, Prodi ha parlato di «modello Aznar», parte della Margherita e Mastella hanno detto che «non se ne parla nemmeno».
Chiesa: il quotidiano della Margherita ha definito Boselli «imbarazzante appendice dei radicali», Boselli ha definito Rutelli «braccio armato di Ruini».
Candidature: Rifondazione ha candidato Caruso, Margherita e Ds hanno rilevato l'inopportunità; i Ds hanno candidato D'Ambrosio, Boselli e Rutelli hanno rilevato l'inopportunità.
Casa: Bertinotti propone di requisire le terze case, Rutelli ha risposto che trattasi di «scempiaggini».
Tav: Rifondazione ha candidato l'anti-Tav Caruso, Fassino e Prodi hanno detto che «la Tav si farà», Chiamparino e la Bresso hanno detto che «devono scriverlo nel programma», Pecoraro Scanio ha detto che «se lo scrivono, salta la coalizione», Bertinotti che «non è nel programma».
Nucleare: Verdi e comunisti contrari, Prodi ha detto «in futuro forse sì».
Giustizia: il rifondatore Giuliano Pisapia è favorevole al divieto d'Appello in caso di assoluzione, il neo diessino Gerardo D'Ambrosio è per abolizione totale dell'Appello anche per i condannati.
Unipol: D'Alema e Fassino hanno difeso il sistema cooperativo, Rutelli ha parlato di «scampato pericolo di una finanza rossa».
Altri aggiornamenti in serata.”
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La Riforma del Diritto Societario

Non è facile dedicare una trattazione, per quanto breve ed incompleta, di diritto societario, perché sono troppe le persone cui devo molto, se non tutto. Ringrazio quindi il dott. Francesco Ghiglione, il mio capo, e l’avv. Nerio Diodà, che mi hanno traghettato dall’università al mondo dell’economia e del grande diritto, con tanti consigli e infinita pazienza. La mia famiglia, che mi sopporta stoicamente e con affetto. Daniele, amico certissimo in tutte le incertezze. Infine, ma mai ultimo, Fabio.

La riforma del diritto societario attuata dal governo Berlusconi ha radici antiche, addirittura risalenti agli anni Trenta, quando studiosi quali Cesare Vivante, Tullio Ascarelli, Vittorio Calandra e Giuseppe Ferri (per citarne alcuni soltanto) furono al centro di una delle maggiori querelles giuridiche del secolo scorso. Prima del Codice del 1942, infatti, l’Italia aveva visto la vigenza di due codici paralleli, il codice civile vero e proprio e il codice del commercio, ritenendo la scienza giuridica in quegli anni necessario scindere i due rami del diritto privato. Il corporativismo fascista, invece, ritenendo attuabile la cooperazione fra capitale e lavoro, aveva ritenuto indispensabile che i due codici fossero fusi in un unicum, sonde la sistemazione del diritto societario (e del diritto del lavoro) nel Libro V del Codice civile.
Al centro della questione, che Vivante (insigne figura di Studioso e di Italiano), con ingegno lungimirante, aveva esaminato e risolto, il gruppo di società, la holding, che il grande studioso aveva considerato come nucleo dello sviluppo industriale mondiale; egli tuttavia, aveva visto anche i costi finanziari e sociali che un ricorso senza freni al mercato dei capitali di rischio poteva generare nei risparmiatori, e aveva proposto di ancorare il diritto societario a salde realtà industriali, sulla scorta delle grandi holding di stato, IRI ed IMI, che erano state create proprio in quegli anni.
Il legislatore del 1942, tuttavia, forse per l’insicurezza del momento storico, sia per la poca fede prestata alle pur convincenti spiegazioni di Cesare Vivante, preferì mantenere nel codice civile una struttura tradizionale del diritto delle società, cristallizzata nelle forme fisse dell’Assemblea dei soci, del Consiglio di Amministrazione, composto di amministratori responsabili soltanto nel limite delle loro deleghe, e del Collegio sindacale.
Dal nuovo codice furono esclusi i gruppi di società (al di là di un generico richiamo al controllo societario ex art. 2356 c.c.), e, soprattutto, qualsiasi forma alternativa di governance societaria.
Con un salto temporale che esclude forzatamente le problematiche legate agli sviluppi del corporativismo fascista nel capitalismo di stato della Prima Repubblica, giungiamo ai giorni nostri, e in particolare al marzo 2000, vigilia della vittoria elettorale della Casa delle Libertà.
Non è una data oziosa, dato che il 5 marzo del 2000, l’indice Nasdaq della Borsa di New York toccò l’apice della corsa che aveva compiuto sin dalla fine della Guerra del Golfo, 5000 punti: una prova, secondo gli economisti e gli analisti finanziari, che le leggi keynesiane della ciclicità dell’economia erano state sconfitte e che il sistema potesse conoscere unicamente una crescita. Dopo quella data, e in particolare dal 20 marzo 2000, la bolla internet che aveva fatto esplodere gli anni ’90 cominciò a sgonfiarsi. Un caro amico, una delle menti finanziarie più brillanti d’Europa, mio mentore finanziario negli anni in cui ero ancora un pulcino dell’economia fresco fresco di università, definiva quel periodo come un’ubriacatura generale: verissimo, considerando che fu una doccia scozzese quella che venne subito dopo.
La sinistra, e, nelle parole di Mario Baldassarri alla Conferenza Programmatica di Alleanza Nazionale il giorno 4 febbraio 2006, qualche volta anche la destra, tende ad attribuire la crisi economica all’11 settembre; non è così, atteso che le Twin Towers semmai aggravarono e acuirono con una crisi mondiale un problema che già c’era, e che era scaturito dal fatto che i fondi comuni di investimento mobiliare, al centro della riforma di Clinton delle pensioni, avevano contribuito ad alimentare un sistema che Cesare Vivante avrebbe esecrato perché teso non a produrre risultati industriali, bensì ad accaparrarsi segmenti di mercato tramite la “creazione di valore”, basato non sulla effettiva produttività del sistema quanto invece sull’attesa di ritorno economico del titolo in sé. Pertanto, negli anni ’90 il sistema economico si era affrancato dalle realtà industriali per rivolgersi unicamente a quelle finanziarie, in un’equazione che vedeva il diritto societario come sostanzialmente congruente ed equivalente a quello dei mercati finanziari. Un’equazione alimentata dalla prima, ottima peraltro, riforma del sistema finanziario italiano, quella riforma Draghi il cui ispiratore siede ora quale Governatore di Banca d’Italia (e al quali ci permettiamo di porgere vividissime congratulazioni dalla nostra subalterna posizione). E da ciò sono derivati alcuni scandali finanziari di questi ultimi tempi, primi fra tutti Cirio e Parmalat, ma preceduti da Ferfin a metà degli anni ’90, in cui solide realtà industriali si rivelavano autentici colabrodi finanziari.
Tale situazione trovava nella legislazione piuttosto antiquata degli anni quaranta un fattore peggiorativo. La credibilità di un sistema economico si basa su di un sano rapporto fra realtà industriale e mondo della finanza: il ricorso al mercato del capitale di rischio da parte dei cittadini deve essere garantito, sul fronte della governance societaria, da una serie di strutture che ne certifichino la limpidezza e l’affidabilità nelle decisioni, la credibilità dei controlli e la certezza delle responsabilità.
Una garanzia indispensabile soprattutto in un periodo di incertezza economica come quello che stiamo vivendo, al fine di garantire i piccoli investitori. Una garanzia non solo del sistema economico, quindi, ma soprattutto del sistema sociale, che ad esso è strettamente collegato.
Una riforma del diritto societario come quelle intrapresa dal governo Berlusconi ha pertanto una serie di finalità sociali volte a garantire il rispetto della posizione del risparmiatore, non percepito più soltanto come fonte di denaro ma quale soggetto economico.
A ciò si aggiunga una necessità indubbia di svecchiare un sistema obsoleto ancora legato al capitalismo di stato, al fine di attrarre, in un paese in gravi difficoltà determinate da errate politiche finanziarie di pura e semplice dismissione delle partecipazioni statali, nuovi capitali e nuovi soggetti produttivi, ponendo norme che facilitassero il trasferimento delle sedi legali e fiscali di società estere nel nostro paese.
In tale prospettiva il parlamento ha emanato la legge di delega 311 del 3 ottobre 2001, la legge di delega al governo per la riforma organica delle società di capitali e delle società cooperative, attuata dal decreto legislativo n. 6 del 17 gennaio 2003.
Deve essere tuttavia fatto presente il fatto che tale riforma non investe soltanto gli aspetti civilistici del diritto societario, bensì anche quelli penalistici, essendo le norme di diritto penale societario state dislocate dal legislatore del 1942 nello stesso libro V del codice. In questa sede ci occuperemo unicamente delle questioni di diritto civile e societario, escludendo pertanto la riforma dei bilanci, sia sotto il profilo finanziario sia sotto il profilo tributario, che pure investe il Codice civile, e il diritto penale societario, che saranno oggetto di trattazioni separate. Ulteriore limitazione di questa prima parte della trattazione è data dall’esame delle sole società di capitali, o che in ogni caso facciano ricorso al mercato dei capitali di rischio, con espressa esclusione delle società a responsabilità limitata e delle società cooperative, che, stanti le loro oggettive particolarità, saranno oggetto di trattazione autonoma.
Non ho voluto gravare il lettore del tecnicismo di cui il diritto societario è normalmente viziato. Colpa mia se lo sarà: non possiedo la levità unica che ha caratterizzato i miei Maestri, i principi del diritto commerciale Pier Giusto Jaeger e Francesco Denozza.

1. La costituzione della società per azioni: il governo ha inteso semplificare la disciplina vigente, confermando la disciplina già delineata dall’art. 2330 c.c. e considerando sufficiente il controllo del notaio che ha rogato l’atto per la verifica delle condizioni di sussistenza dei criteri di legittimità per la costituzione della società. In questo caso, i termini per il deposito presso il registro delle imprese decorreranno dal momento in cui l’originale o la copia autentica del provvedimento saranno depositati presso il notaio stesso. Qualora si proceda ad un’indebita iscrizione in mancanza delle autorizzazioni necessarie, sarà legittimata all’istanza di cancellazione della società anche l’autorità competente al rilascio dell’autorizzazione stessa.. La società per azioni potrà essere peraltro costituita anche per atto unilaterale. A tal fine, è stata elaborata una disciplina di difesa dei creditori analoga a quella prevista per le S.r.l., con particolare riferimento alla responsabilità dell’unico fondatore per le operazioni compiute prima dell’iscrizione della società (art- 2331 c.c.) e agli obblighi di integrale esecuzione dei conferimenti (art. 2325, comma 2, c.c.). è stata peraltro prevista espressamente l’ipotesi di una società a tempo indeterminato. Sempre in tema di semplificazione delle formalità costitutive, il legislatore ha drasticamente ridotto il tempo decorso il quale la mancanza di iscrizione implica il diritto dei sottoscrittori ad ottenere dalla banca presso cui sono stati depositati la restituzione dei decimi versati, che è passato da un anno a novanta giorni, norma sistematicamente coerente con la disposta responsabilità del socio quando unico fondatore della società. La prospettiva dunque afferma la responsabilità non tanto di chi abbia agito quanto di chi abbia assunto la decisione di agire ed avviare, prima dell’avvenuta conclusione del procedimento costitutivo, l’attività sociale. Qualora si tratti di un’unica persona, questa decisione possa essere riferita all’unico fondatore quale che sia la posizione da questi formalmente assunta; nel caso di una pluralità di soci, e in particolare nelle società di capitali, in cui la partecipazione esprime una volontà di limitare la responsabilità, occorrerà accertare se e in quale misura abbiano deciso di agire prima dell’iscrizione. Sono inoltre stati limitati i vizi nella costituzione della società, mentre è rimasta immutata la disciplina degli effetti della dichiarazione di nullità della società, che, come in passato, comporta la liquidazione della società con salvezza di tutti gli atti compiuti e quindi dei diritti ed obblighi di soci e terzi.
2. I patti parasociali: gli artt. 2341 bis e ter dettano norme sui patti parasociali, in continuità con le norme dettate a suo tempo in materia dal decreto Draghi (d. lgs. 58/98) per le società emittenti azioni quotate nei mercati finanziari regolamentati. In particolare, il legislatore ha cercato di cogliere la comune funzione delle varie tipologie in cui il patto parasociale concretamente si estrinseca, individuata nel fine di stabilizzare gli assetti proprietari o il governo della società, e ciò anche per scongiurare il rischio, già verificatosi in razione allo società quotate, di un’impropria estensione delle norma sui patti parasociali a fattispecie che nulla hanno a che vedere con questi. Il Codice civile differisce dal TUF unicamente per la diversa durata dei patti, che per le società non quotate non può essere superiore a cinque anni, oltre che per le differenti modalità della loro pubblicizzazione, che è peraltro prevista unicamente per i patti parasociali relativi a società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, e che consiste essenzialmente nella loro comunicazione e nella loro dichiarazione all’apertura di ogni assemblea (la cui omissione comporta che i possessori delle azioni cui si riferisce il patto di sindacato non possono esercitare il diritto di voto e che le deliberazioni assunte con il loro voto determinante sono annullabili). La disciplina è ovviamente stata inserita nel capo concernente le società per azioni, ha inteso regolare la fattispecie con riferimento a quel tipo sociale, poiché in esso è più sentita l’esigenza di garantire regole certe e definite in considerazione della maggiore rilevanza per il pubblico e per i mercati finanziari, senza tuttavia escludere che tali patti siano applicabili anche ad altre forme di società.
3. La disciplina dei conferimenti: per quanto concerne la possibilità di regolare l’incidenza delle rispettive partecipazioni sociali sulla base di scelte contrattuali, si è provveduto a precisare che il principio di proporzionalità tra valore dei conferimenti e numero delle azioni assegnate al socio è derogabile con scelta statutaria, principio coordinato con il principio dell’effettiva formazione del capitale sociale. La tutela del capitale sociale non è più ricercata ponendo un rigido rapporto tra il valore del conferimento del singolo socio e valore nominale delle azioni che gli sono assegnate, bensì sulla base sia dei conferimenti sia del capitale stesso, anche in base a considerazioni di scelte contrattuali. È stata peraltro superata la prospettiva che vuole tutelare il capitale sociale mediante un divieto di emissione sotto la pari riferito all’ipotesi in cui siano complessivamente attribuite azioni o quote in misura superiore all’ammontare globale del capitale sociale. Sempre perseguendo l’obiettivo politico di ampliare la possibilità di acquisizione di elementi utili per il proficuo svolgimento dell’attività sociale, ma con soluzioni coerenti con al Seconda Direttiva CE che vieta il conferimento di opere e servizi, si è espressamente ammessa la possibilità che in tal caso, fermo rimanendo il divieto della loro imputazione a capitale, siano emessi strumenti finanziari forniti di diritti patrimoniali o partecipativi (art. 2346 c.c.). Naturalmente, è stato aperto un amplissimo spazio all’autonomia statutaria per definire i diritti settanti ai possessori dei suddetti strumenti finanziari, al punto da prevedere addirittura la conversione in altri strumenti finanziari o in partecipazioni azionarie. Gli strumenti finanziari in questione possono naturalmente conferire tutti i diritto partecipativi escluso il diritto di voto nell’assemblea generale degli azionisti, cosa che potrebbe generare molteplici incertezze e conseguenti ragioni di instabilità per il funzionamento dell’assemblea. Tuttavia è previsto che si possa nominare in un’assemblea separata un componente degli organi di amministrazione e/o controllo della società (art. 2351), cosa che non mancherà di rendere appetibile tale opportunità agli operatori economici.
4. la disciplina delle azioni: è stata prevista dal legislatore la possibilità di emettere azioni senza valore nominale, precisando che il loro valore non è determinato con riferimento alla frazione del capitale sociale che rappresentano, bensì al loro numero in rapporto al totale delle azioni emesse. Inoltre, è stato ampliato il novero degli strumenti disponibili alle società per attingere a fonti di finanziamento, dando spazio alla creatività degli operatori nell’elaborazione di forme adeguate alla situazione di mercato, quali ad esempio nuove categorie di azioni rispetto a quelle già riconosciute dalla pratica. Pertanto, è stata riconosciuta la possibilità che una categoria di azioni si caratterizzi per la diversa incidenza nei loro confronti delle perdite. In tal modo è stata sancita l’ammissibilità di azioni postergate nelle perdite, che si sono spesso rivelate utili, se non indispensabili, per il finanziamento dell’impresa, specie nell’ambito di fasi di ristrutturazione e di tentativi di superamento di situazioni di crisi. Allo stesso modo (art. 2351, comma 2, c.c.) è stata espressamente prevista la possibilità di emettere azioni che forniscano diritti correlati ai risultati dell’attività sociale in un determinato settore, e che possono configurarsi quale ulteriore strumento, oltre ai cosiddetti patrimoni destinati ad uno specifico affare (art. 2447 bis c.c.), per accedere a finanziamenti finalizzati. Da ultimo, sono state previste le cosiddette azioni riscattabili, particolarmente utili in nel caso in cui la partecipazione del socio si spieghi alla luce di rapporti extrasociali, quali ad esempio lavoro o fornitura. In caso di mancata emissione dei titoli azionari il trasferimento dell’azione diviene efficace nei confronti della società con la sua annotazione nel libro dei soci, precisando così la diversità di piani fra il trasferimento inter partes e la sua rilevanza per l’organizzazione sociale e l’esercizio dei diritti sociali. Per ciò che concerne i rapporti fra girata del titolo nominativo e iscrizione nel libro dei soci, a seguito dalla prima il trasferimento è perfetto tra le parti, mentre dalla seconda consegue la sua efficacia nei confronti della società. Il trasferimento delle azioni, per ciò che concerne le ipotesi di dematerializzazione sia obbligatoria sia facoltativa (art. 2355), avviene tramite scritturazione in conto. In tema di limitazioni al trasferimento delle azioni, sono stati previsti interventi particolarmente incisivi, al fine sia di ampliare lo spazio per l’autonomia statutaria, sia a fornire le necessarie garanzie ai soci e ai terzi.
5. L’assemblea: in primo luogo, è stata ristretta la competenza dell’assemblea ordinaria delle società che optino per il sistema dualistico (vedasi punto 6), interponendo fra assemblea e organo amministrativo un consiglio di sorveglianza (art. 4, comma 8, lett. D, l. 311/2001) In tal caso l’assemblea ordinaria avrà l’unica funzione di nominare e revocare i consiglieri di sorveglianza, determinare il loro compenso e deliberare sulle responsabilità, mentre spettano al consiglio di sorveglianza materie quali la nomina e la revoca degli amministratori e l’approvazione del bilancio d’esercizio. Secondariamente gli amministratori non potranno, di propria iniziativa, sottoporre all’assemblea operazioni attinenti alla gestione sociale. È infatti stato ammesso solo che lo statuto possa richiedere che l’assemblea autorizzi gli amministratori al compimento di determinate operazioni, precisando che resta ferma in ogni caso la responsabilità degli amministratori per gli atti compiuti, quantunque autorizzati dall’assemblea, evitando il discarico di responsabilità. La convocazione dell’assemblea su richiesta dei soci innova altresì il TUF (art. 125, d. lgs. 58/98), prevedendo espressamente (art. 2366, comma 4, c.c.) la validità dell’assemblea totalitaria anche in assenza delle formalità di convocazione, fatte salve le facoltà per il socio di opporsi alla trattazione di argomenti per i quali non si ritenga sufficientemente informato, con il corollario dell’obbligo della comunicazione delle deliberazioni assunte ai membri non presenti all’assemblea, in modo da garantire eguali livelli di informazione. Per ciò che concerne i quorum costitutivi, questi sono stati rivisti sotto un duplice profilo: da un lato la formazione delle deliberazioni; dall’altro la tutela adeguata delle minoranze. È stato peraltro disposto che le azioni per le quali non può essere esercitato il diritto di voto sono computate nel quorum costitutivo dell’assemblea, mentre le stesse azioni e quelle dei soci che si sono astenuti dal voto per conflitto di interessi non sono computate nel quorum deliberativo. È stato peraltro ammesso il voto per corrispondenza o l’intervento in assemblea mediante mezzi di telecomunicazione. Il diritto di intervento nell’assemblea è stato reso funzionale dall’espressione del voto, escludendo così l’intervento dei nudi proprietari delle azioni. La necessità del deposito preventivo delle azioni o della relativa certificazione è stata rimessa alla valutazione dello statuto; in mancanza di disposizioni statutarie al riguardo, il deposito preventivo dovrà essere ritenuto superfluo. In tema di invalidità delle delibere assembleari, le ipotesi di invalidità escludono le ipotesi di invalidità atipiche, quali l’inesistenza delle delibere assembleari. È stato pertanto introdotto il principio di tassatività delle ipotesi di invalidità delle deliberazioni assembleari previste dalla legge. L’annullabilità per violazione di norme, anche imperative, di legge o di clausole dello statuto, e la nullità nelle ipotesi indicate nel nuovo art. 2379 c.c. All’impossibilità o illiceità dell’oggetto si sono aggiunte la mancata convocazione dell’assemblea e la mancanza del verbale della deliberazione. Cause sananti la nullità sono state individuate dal legislatore nella sanatoria per decorso di tre anni dall’iscrizione della deliberazione o dal suo deposito nel registro delle imprese oppure, per le deliberazioni che non vi sono soggette, dalla trascrizione nel libro delle adunanze delle assemblee. Sono state previste anche sanatorie per le invalidità di deliberazioni vertenti su specifici soggetti, quali l’aumento o la riduzione del capitale o l’emissione di obbligazioni.
6. l’amministrazione e il controllo: la principale innovazione della riforma consiste nella possibilità di scegliere, in alternativa al modello tradizionale di amministrazione e di controllo, che si applica in mancanza di differente scelta statutaria, due ulteriori modelli di amministrazione e controllo, e precisamente il sistema dualistico e il sistema monastico. Il sistema dualistico prevede la presenza di un consiglio di gestione e di un consiglio di sorveglianza. Al primo spetta esclusivamente la gestione dell’impresa. Esso è costituito da almeno due componenti, anche non soci, ed è nominato dal consiglio di sorveglianza (art. 2409 novies, commi 1, 2 e 3 c.c.), e ad esso si applicano tutte le norme stabilite per il consiglio di amministrazione, ove compatibili. Il consiglio di sorveglianza è costituito da almeno tre componenti, di cui almeno uno deve essere iscritto nel registro dei revisori contabili istituito presso il Ministero della giustizia, ed è nominato dall’Assemblea ordinaria. Ad esso sono attribuiti sia i compiti di vigilanza e le responsabilità del collegio sindacale, sia molti di quelli di norma attribuiti all’assemblea ordinaria (nomina e revoca del consiglio di gestione, loro retribuzione, approvazione del bilancio, promozione dell’azione sociale di responsabilità). A tali deliberazioni sono applicate le disposizioni in tema di voto, di validità e di impugnazione stabilite dall’art. 2388 per le deliberazioni del Consiglio di amministrazione. Tale modello, di ispirazione franco-tedesca, attua la dissociazione fra proprietà dei soci e potere degli organi sociali. Il sistema monastico prevede un modello di amministrazione sostanzialmente uguale a quello tradizionale, nel quale le differenze consistono nell’impossibilità di affidare l’amministrazione ad un amministratore unico e nell’eliminazione del collegio sindacale. Quest’ultimo è sostituito dal comitato per il controllo sulla gestione, nominato dal consiglio di amministrazione al suo interno e composto da amministratori che non svolgono funzioni gestionali e che, oltre ad essere in possesso dei requisiti di indipendenza stabiliti per i sindaci, devono avere almeno un componente scelto fra gli iscritti nel registro dei revisori cointabili istituito presso il Ministero della giustizia. La circostanza che la vigilanza sull’amministrazione sia svolta da un comitato formato all’interno del collegio sindacale, non determina un minor rigore nell’attività di controllo, poiché indipendenza, professionalità, poteri e doveri coincidono con quelli del collegio sindacale. In tal modo è attuato un modello più semplice e flessibile rispetto agli altri modelli altermnnativi. Il sistema tradizionale di amministrazione e controllo continua a basarsi sulla distinzione tra organio di gestione e organo di controllo (collegio sindacale). Tuttavia, in tale orizzonte, la gestione dell’impresa sociale spetta in via esclusiva agli amministratori, che hanno poteri di gestione esrtesi a tutti gli atti rientranti nell’oggetto sociale, e una rappresentanza generale per tutti gli atti compiuti nel nome della società. L’amministrazione è sempre affidata ad un amministratore unico ovvero ad un consiglio di amministrazione, compensato da un’effettiva partecipazione di tutti i consiglieri alla gestione della società. A tal fine sono state aumentate le attribuzioni non delegabili, un ampio e periodico obbligo informativo degli organi delegati al consiglio o al collegio sindacale sulle operazioni più rilevanti per dimensioni e caratteristiche (fra cui le operazioni atipiche) fra cui spiccano quelle concernenti la gestione delle controllate. Fra l’altro, è stata finalmente data un’organica disciplina alle stock options, con la cautela di una congrua motivazione in sede di deliberazione assembleare sulla congruità all’interesse sociale della loro concessione. Sono stati ampliati anche gli obblighi della circolazione delle informazioni fra i membri del consiglio, cui si ricollega naturalmente il problema della responsabilità degli amministratori. Infatti, questi, nell’ademopimento del loro incarico, dovranno usare la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico. Il che non significa che debbano essere tutti periti in contabilità, strateghi finanziari, maghi in ogni settore della gestione e dell’amministrazione dell’impresa (praticamente tuttologi), bensì che le loro scelte siano informate e meditate, basate su effettive conoscenze delle varie problematiche e frutto di un rischio calcolato, e non di irresponsabile o negligente improvvisazione. È probabilmente una delle norme più riuscite della riforma, che impedisce cioè la lottizzazione delle cariche sulla base delle strategie del pacchetti maggioritari, nella consapevole difesa dell’interesse sociale, che è sempre più un interesse diffuso. La responsabilità è sempre solidale, tuttavia, sarà valutato ogni singolo apporto degli amministratori. L’azione sociale di responsabilità , come già previsto dal TUF, è esercitabile da tanti soci che rappresentino almeno il 20 per cento del capitale sociale. Il Collegio sindacale ha perso il controllo contabile, ora affidato ad un revisore o ad una società di revisione, con l’eccezione delle società che oltre a non fare ricorso al mercato dei capitali di rischio non siano tenute alla redazione del bilancio consolidato. I suoi compiti sono stati limitati alla vigilanza sull’osservanza della legge e dello statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione e sull’adeguatezza dell’assetto amministrativo, organizzativo e contabile della società. Sono state ampliate anche le cause di ineleggibilità e di decadenza al fine di garantire l’indipendenza e la neutralità di tutti i sindaci. Decisamente innovativo il controllo contabile, sempre presente nelle società che adottino il sistema sionistico e dualistico; qualora si tratti di società che facciano ricorso al mercato dei capitali di rischio il controllo contabile sarà esercitato da una società di revisione; nelle altre società potrà essere un revisore persona fisica. La responsabilità del revisore è analoga a quella del sindaco, ed è illimitata stante la funzione deterrente alle violazioni che tale figura riveste o dovrebbe rivestire. Una responsabilità limitata, assicurabile con premi modesti renderebbe infatti amministratori, revisori e sindaci sostanzialmente irresponsabili e quindi privi di ogni tensione per porre in essere comportamenti diligenti.

Cecilia A. Rabà

(la seconda parte della riforma del diritto societario, concernente gruppi, società a responsabilità limitata e cooperative, sarà pubblicata lunedì 20 febbraio)
:: posted by il Castello @ 19:29 | go to "La Riforma del Diritto Societario" | Help |

I COMUNISTI ? QUELLI DI SEMPRE !


Mentre in tutta Italia si celebrava il ricordo dell'infamia comunista delle Foibe, ecco quello che il sito dei Giovani Comunisti (organizzazione del partito di Diliberto e che ha mantenuto la sigla FGCI ) proponeva ieri. E l'articolo di commento,intitolato "Noi non dimentichiamo", così scriveva:

"Il Parlamento Italiano nel 2004 istituì il 10 febbraio come “Giorno del ricordo" per conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli Italiani e di tutte le vittime delle foibe. Fu una grandissima operazione di “revisionismo storico” con la quale revisionisti di destra e di sinistra, disprezzando la storia della Resistenza e dell’antifascismo, santificarono i carnefici presentandoli come vittime. A tutto questo ci opponemmo allora e continuaiamo ad opporci! Noi oggi vogliamo ricordare così: proponendo due vecchi scritti del collettivo di autori Wu Ming sulle foibe e, per non dimenticare quali furono le vere vittime della barbarie nazi-fascista, un articolo apparso qualche tempo fa su “il Manifesto” nel quale Massimo Sani ricostruisce la strage delle Fosse Ardeatine. "

Davanti ad un orrore simile, un manifesto che si commenta da solo, cosa provare ? Rabbia, dolore, sconforto, incredulità, vergogna ,pena.
Come non associarsi agli avvertimenti di Silvio Berlusconi che, unico nella Casa delle Libertà , ci ammonisce continuamente: "Attenti, SONO SEMPRE I COMUNISTI DI SEMPRE !" ?
Cari Giovani Comunisti , emuli di chi vedeva solo le piste nere , la CIA, le Stragi di Stato, le "Sedicenti" Brigate Rosse, nella speranza che il Popolo Italiano si svegli dal torpore e vi cancelli nel segreto dell'urna, condannandovi come la Storia ha condannato il Comunismo, vi rispondiamo:

ANCHE NOI NON DIMENTICHIAMO !!!
:: posted by Starsandbars/Vandeaitaliana @ 17:28 | go to "I COMUNISTI ? QUELLI DI SEMPRE !" | Help |

Non abbiate paura !


Leggo, con una certa sorpresa, della eccessiva prudenza con la quale Silvio Berlusconi affronta il tema islamico, schierandosi con Pisanu, anziché con Calderoli.
La sorpresa deriva dal fatto che il Berlusconi che conosciamo da 12 anni a questa parte è il Berlusconi che non ha paura di andare contro il politically correct, di schierarsi, a differenza di tanti “imprenditori” che si sono rifugiati all’ombra dello scudo rosso, contro questa magistratura militante, contro le divinità coop, contro la sinistra dei “salotti buoni” e la finanza dei “poteri forti”, contro il populismo della triplice sindacale e contro la rituale liturgia antifascista.
Berlusconi non ha avuto paura ad esercitare una politica estera determinata e autonoma dall’asse Parigi-Berlino, schirandosi con Bush e Blair, inviando truppe in Iraq e manetenendole anche dopo reiterate minacce e aggressioni.
Berlusconi non ha paura di affrontare una campagna elettorale che vede una sinistra che va da un Mastella – pesce fuor d’acqua in quella compagnia – ai Caruso, Luxuria e Grillini.
Perché allora teme di dire pane al pane e vino al vino in materia di islamismo ?
Si può ragionevolmente pensare che abbia elementi per ritenere la minaccia del terrorismo musulmano molto concreta e la sua prudenza sia un modo per non inasprire le tensioni.
E’ lodevole intenzione, ma non tiene conto del fatto che, trovando davanti del burro, i musulmani si sentirebbero rafforzati nella loro politica aggressiva, come è stato in tutta la storia, ben ricordata da Calderoli con Lepanto e Vienna, quando solo una politica di forza ha preservato o liberato i popoli europei dal pericolo islamico.
Personalmente credo si debba mettere nel conto, inevitabilmente, nuovi, sanguinosi attentati del terrorismo musulmano, ma se si pensa di contrastarlo con il “contenimento”, si ricade nello stesso errore in cui cadde la politica americana verso il comunismo da Roosevelt a Carter, fortunatamente ribaltato con Reagan (e il risultato fu il crollo del regime comunista sovietico).
L’espansionismo musulmano è connaturato nella religione che è la base delle azioni islamiche.
Non si può “contenere”, se non mostrando e dimostrando una forza maggiore (che si ha) e determinazione nell’usarla (ed è questa volontà che latita se non in pochi governanti).
La scelta di organizzare e finanziare una “consulta islamica” è perdente, perché proietta una immagine di cedimento e, in prospettiva, di maggiori opportunità per occupare spazi nella nostra società, addirittura con il beneplacito degli occupati.
La “consulta islamica” ha equiparato il legittimo diritto di satira, alle violenze commesse dai musulmani nel mondo contro obiettivi occidentali, non può essere ritenuta un organo che abbia compreso l’essenza delle democrazia e della libertà che abbiamo in Occidente.
Per questo ritengo più produttive le tesi di Calderoli e mi piacerebbe che Berlusconi agisse nei confronti del pericolo islamico, nello stesso modo in cui agisce, senza timori, contro il pericolo rappresentato dalla sinistra in Italia.
Non abbiamo paura di avere coraggio !
:: posted by Massimo @ 11:07 | go to "Non abbiate paura !" | Help |

Urla del silenzio

Silenzio.
Un silenzio spettrale.
Un massacro del quale non si poteva parlare, un'analogia storica e politica con le famose "fosse di Katin" attribuite ai Tedeschi fino al 1999. Le Foibe? Inesistenti! Quella gente è stata uccisa non perchè Italiani ma perchè fascisti, così è stato giustificato dalla nostra sinistra quando non ha più potuto contenere la vertà che avanzava. I comunisti si autoassolvevano, ricalcando lo schema di sterminio disegnato a tavolino da Lacis, uno dei primi capi della Ceka che invocava l'uccisione della "funzione" per giustificare l'assassinio premeditato di masse di persone.Nel regime di violenza però furono uccisi anche gli antifascisti, furono Sloveni che non volevano far parte della nascente Jugoslavia. L'assassinio di massa prese i connotati del "genocidio" come nella migliore tradizione delle epurazioni etniche perpretate dai bolscevichi.Perchè.Perchè questo furore nei confronti degli Italiani e di quelli che volevano restare Italiani?Perchè ridotta la genie ad una minoranza sarebbe stato più facile ottenere il controllo di quei territori, e così fù. Migliaia i morti, centinaia di migliaia i profughi, la Venezia Giulia, la Dalmazia, L'Istria furono svuotate del sangue Italiano, anzi imbevute.60 anni di silenzio, resistenze della sinistra a raccontare la verità. Trascorrono gli anni ed intanto i testimoni, scomodi, muoiono di vecchiaia. Così si arriva al 1996, quando nessuno può più parlare, quando non cè più nessuno che può ricordare, un Magistrato inizia a scavare nella storia. Egli cerca testimoni per poter dare dignità agli Ifoibati, cerca i colpevoli per dare loro la giusta punizione ma viene ostacolato nel suo lavoro in tutti i modi, fino a che gli avvenimenti non possono essere più arrestati. Arriviamo ai nostri giorni , nel marzo 2004 il Parlamento Italiano con un voto pressoché unanime, ha approvato l’istituzione della giornata del ricordo dell’esodo, fissando la data al 10 febbraio, giorno in cui, nel 1947, a meno di due anni dalla fine della seconda guerra mondiale, veniva firmato a Parigi il trattato di pace che assegnava alla Jugoslavia le province italiane d’Istria, Pola e Fiume, le isole quarnerine, la città di Zara e parte del territorio di Trieste e di Gorizia.Si tratta della legge 30 marzo 2004, n.92, Istituzione del “giorno del ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale… che recita, tra l’altro, quanto segue:art.1.1. La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.art.1.2. Nella giornata di cui al comma 1 sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado.art. 1.3. Il “Giorno del ricordo” di cui al comma 1 è considerato solennità civileart.2.1. Sono riconosciuti il Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste, e l’Archivio museo storico di Fiume, con sede a Roma.
Ma manca ancora molto da fare, sono ancora in migliaia senza un'identità a trovarsi a più di 100 metri sottoterra e sopratutto qualcuno ancora deve spiegare ai parenti di quei poveretti ed a tutti gli Italiani, come mai i criminali infoibatori godevano dell'assistenza sanitaria gratuita e la pensione pagati dallo stato Italiano invece di essere puniti come avrebbe dovuto essere.

Gli Avvenimenti
L'8 settembre 1943.Dopo l' 8 settembre, crollate le strutture dello stato italiano, l'Istria interna divenne per breve tempo terra di nessuno poiché i tedeschi occuparono subito i centri strategici di Trieste, Pola e Fiume, ma per carenza di forze trascurarono l'entroterra. A colmare il vuoto di potere si mossero gli antifascisti: con qualche titubanza quelli italiani - soprattutto, ma non esclusivamente, comunisti - che erano presenti nelle città costiere, e con maggior decisione e urgenza quelli sloveni e croati legati al Movimento di liberazione iugoslavo. "Pale movimento era già da tempo attivo sul territorio istriano, non però con unità combattenti, ma con una rete clandestina impegnata soprattutto nella raccolta di informazioni e nel reclutamento di giovani per le formazioni partigiane croate operanti nei dintorni di Fiume e sul massiccio dei Gorski Kotar. La fase confusa che seguì all' 8 settembre è stata correntemente qualificata come "insurrezione popolare", ma in effetti si tratta di una definizione che ha suscitato alcune perplessità, perché gli insorti non trovarono alcuna opposizione e si limitarono in genere a occupare le posizioni chiave sul territorio e a raccogliere le armi abbandonate dalle truppe italiane; essa tuttavia può essere accolta per indicare la vastità del moto che interessò buona parte della penisola, a patto però di aver ben presente che si trattò di un insieme di sollevazioni guidate da diverse forze scarsamente coordinate e non sempre concordi, che portarono all'insediamento di una miriade di organismi provvisori e talvolta reciprocamente concorrenziali. In ogni caso, a una prima fase spontaneista ne seguì un'altra, contrassegnata dal riuscito tentativo degli organi del Movimento popolare di liberazione jugoslavo di assumere il pieno controllo della situazione militare e politica, grazie anche all'arrivo in Istria di forze partigiane e di quadri dirigenti dei Partito comunista croato.
I proclami di annessione.
La preoccupazione politica prioritaria dei nuovi poteri instauratisi sul territorio istriano fu quella di decretare l'annessione della regione alla Jugoslavia. Ciò avvenne con una serie di proclami diffusi da diversi organismi partigiani: in prima istanza, la volontà dell'Istria a "essere annessa alla madrepatria croata" venne manifestata il 13 settembre del 1943 da parte del Comitato popolare di liberazione a Pisino, e subito dopo, il 20 settembre, lo ZAVNOH (il Consiglio territoriale antifascista di liberazione nazionale della Croazia) proclamò a Otocac l'annessione alla Croazia e, per il suo tramite, alla Jugoslavia, di tutti i territori ceduti all'Italia, vale a dire l'Istria, Fiume e Zara, oltre alla Dalmazia occupata dagli italiani nel 1941. Da parte sua, il 16 settembre il plenum del Fronte di liberazione nazionale della Slovenia assunse una decisione simile in merito all'annessione del litorale sloveno (con Trieste e Gorizia). Tali decreti sarebbero stati solennemente fatti propri il 30 novembre a Jajce dall'AVNOJ, l'organo supremo del Movimento di liberazione jugoslavo.Sulla natura dei decreti di annessione vi fu all'epoca qualche fraintendimento che si è riflesso talvolta anche in sede di analisi storica e che ha portato alla sottovalutazione degli effetti politici di quegli atti, considerati poco più dell'espressione, per quanto solenne, di un pacchetto di rivendicazioni da conquistare con la lotta militare e politica. Al contrario, dai partigiani sloveni e croati essi vennero accolti come provvedimenti aventi forza di legge emanati dall'unico organo cui gli aderenti al Movimento di liberazione jugoslavo riconoscevano tale diritto, l'AVNOJ appunto. Come conseguenza di tali deliberazioni perciò, l'annessione veniva considerata una realtà già in atto, che andava ovviamente difesa con le armi e la diplomazia, ma che in Istria, così come per Fiume e per il litorale sloveno rendeva gli organi creati dal medesimo Movimento di liberazione gli unici legittimi detentori del potere. È solo a partire da tale fatto compiuto che possono essere pienamente comprese non solo la complessa pagina dei rapporti tra il Movimento di liberazione jugoslavo e quello italiano nei territori che le "autorità popolari" e il Partito comunista sloveno e quello croato consideravano già appartenenti al nuovo stato jugoslavo, ma anche le logiche sottostanti alla repressione che ben presto si abbatté sulla popolazione italiana dell'Istria.
Gli arresti.
Ben presto infatti nella regione cominciarono gli arresti, la cui tipologia risulta piuttosto ampia, ma non per questo meno significativa. Nelle località costiere, dove il potere era stato inizialmente assunto da elementi antifascisti italiani, a venir imprigionati furono prevalentemente squadristi e gerarchi locali. Accanto a essi però, nelle aree controllate dagli insorti croati, vennero fatti sparire i rappresentanti dello stato, come podestà, segretari e messi comunali, carabinieri, guardie campestri, esattori delle tasse e ufficiali postali: era questo un segno evidente della volontà diffusa fra i quadri del Movimento popolare di liberazione di spazzare via chiunque ricordasse l'amministrazione italiana, odiata dalla popolazione croata per il suo fiscalismo oltre che per le sue prevaricazioni nazionalistiche e poliziesche. Ma nell'insurrezione i connotati etnici e politici si saldavano inestricabilmente a quelli sociali, e così nelle campagne bersaglio prioritario delle retate divennero anche i possidenti italiani, che caddero vittime di quell'antagonismo di classe che da decenni li vedeva contrapposti a coloni e mezzadri croati. Si trattava di un antagonismo che risaliva all'epoca asburgica, ma che era stato ulteriormente esasperato dal brusco arresto che il fascismo aveva imposto alle aspirazioni di emancipazione sociale (lei coltivatori slavi. Sorte simile toccò a molti dirigenti, impiegati e capisquadra d'imprese industriali, cantieristiche e minerarie, specie nella zona di Albona, dove preesisteva una lunga tradizione di lotte operaie e dove nel primo dopoguerra c'era stato addirittura il tentativo di costituire una repubblica ispirata a quella dei soviet.La repressione però si estese ulteriormente e scomparvero anche commercianti, insegnanti, farmacisti, veterinari, medici condotti e levatrici, vale a dire le figure più visibili delle comunità, come pure alcuni membri italiani dei neutri Comitati di salute pubblica che erano stati costituiti in alcune località subito dopo l'8 settembre; sembrava dunque che l'intera classe dirigente italiana fosse sotto tiro, ma arresti e uccisioni colpirono anche altri soggetti, sempre italiani, comprese alcune donne che furono oggetto di violenze, in uno sgorgate tragico e incontrollato d'antichi e recenti attriti paesani.Riguardo alla larghezza dello spettro repressivo, fonti croate del tempo chiariscono come uno dei compiti affidati, ai nuovi "poteri popolari" fosse stato quello di "ripulire" il territorio dai nemici del popolo". È questa una formula che rimanda a precedenti ben precisi: quello della rivoluzione sovietica e quello della guerra civile spagnola, alle quali diversi attivisti politici locali avevano partecipato; nell'esperienza della lotta partigiana jugoslava tale espressione indicava tutti coloro che, per una varietà di ragioni, non collaboravano attivamente con il Movimento di liberazione guidato dai comunisti di Tito. Si trattava quindi di una definizione assai elastica, che lasciava amplissimi margini di discrezionalità e si prestava a giustificare politicamente l'eliminazione di chiunque, singolo o gruppo, venisse considerato di ostacolo all'affermazione del fronte di liberazione.
Le uccisioni.
La maggior parte degli arrestati venne concentrata in alcune località di raccolta e soprattutto a Pisino, città posta al centro della penisola istriana e tradizionalmente considerata dagli slavi la culla della croaticità istriana; qui si celebrarono i processi sommari, condotti senza particolare scrupolo per l'accertamento di responsabilità criminose e conclusi quasi sempre con la condanna a morte, l'esecuzione - in genere collettiva - e l'occultamento dei corpi nelle cavità ovvero, nelle località costiere, con la dispersione in mare delle spoglie. Sembra che le fucilazioni sull'orlo delle foibe venissero condotte in modo da precipitare nelle voragini anche condannati ancora vivi. Il ritmo delle eliminazioni si accelerò bruscamente agli inizi di ottobre quando, costrette ad abbandonare il campo di fronte all'offensiva generale delle truppe tedesche, le "autorità popolari" preferirono non lasciarsi dietro scomodi testimoni e procedettero alla liquidazione in massa dei prigionieri, con una decisione che si collocava tra la volontà di condurre una guerra a oltranza in cui non vi era posto per la pietà, e la criminalità politica vera e propria.Diverse logiche si sommarono dunque nel dar vita agli eccidi. La distruzione dei catasti da parte dei contadini croati, i linciaggi, le violenze - anche di gruppo - a carico di ragazze e donne incinte, la stessa efferatezza delle esecuzioni, spesso accompagnate da sevizie, ci restituiscono infatti il clima di una selvaggia rivolta contadina, con i suoi improvvisi furori e la commistione di odi politici e personali, di rancori etnici, familiari e di interesse. Ciò non significa però che negli avvenimenti, certo confusi, di quei giorni non siano ravvisabili anche clementi significativi di organizzazione. Dietro il giustizialismo sommario e tumultuoso, i regolamenti di conti interni al mondo rurale istriano, il parossismo nazionalista, gli stessi aspetti di improvvisazione evidenti nella repressione, non è difficile insomma scorgere gli esiti di un progetto, per quanto disorganico e affrettato: un progetto rivolto alla distruzione del potere italiano sull'entroterra istriano e alla sua sostituzione con il contropotere partigiano, portatore di un disegno annessionistico della regione alla Croazia e, quindi, alla Jugoslavia. Si trattava in questo caso di un nuovo potere di natura rivoluzionaria, intenzionato a mostrare la propria capacità di vendicare i torti, individuali e storici, subiti dai croati dell'Istria, e al tempo stesso di coinvolgere e compromettere irrimediabilmente la popolazione slava in una guerra senza quartiere contro gli italiani, equiparati tout court ai fascisti, che veniva considerata la premessa indispensabile per il ribaltamento degli equilibri nazionali e sociali nella penisola.
Le conseguenze delle foibe.
Rilevante fu il peso delle foibe istriane sia sul breve che sul lungo periodo. Gli episodi dell'autunno del 1943, la cui eco fu rilanciata dalla propaganda tedesca e della Repubblica sociale italiana, contribuirono a irrobustire diffidenze e timori dei giuliani di sentimenti italiani nei confronti di un movimento partigiano egemonizzato dai comunisti jugoslavi, rendendo più difficile per gli italiani la scelta della partecipazione alla Resistenza. Ma oltre a ciò, l'esperienza traumatica del 1943 diffuse in tutta la regione la preoccupazione per una nuova e forse definitiva ondata che avrebbe travolto gli italiani nel caso la Venezia Giulia fosse nuovamente caduta sotto il controllo jugoslavo. In questo senso, è legittimo parlare dei successivi avvenimenti citi 1945 come di una violenza annunciata, che venne intesa come la conferma dei tumori accumulativi negli anni precedenti.Non vi è quindi da stupirsi se, nella percezione dei protagonisti dei tempo, il ripetersi delle stragi venisse poi avvertito come la testimonianza sanguinosa di un disegno di eliminazione della componente italiana dai territori rivendicati dalla Jugoslavia. II discorso non si ferma qui. Negli anni del dopoguerra non si ebbero pila episodi di violenza di massa paragonabili ai due picchi del 1943 e del 1945, ma nell'Istria, a diverso titolo sottoposta al controllo jugoslavo, continuo fu lo stillicidio di violenze a danno degli italiani, non escluse le uccisioni e le sparizioni: episodi tutti che gli italiani dell'Istria collegarono a quelli, in qualche modo esemplari, del tempo di guerra. traendone la convinzione di una continuità di comportamenti terroristici nei loro confronti da parte dei nuovi poteri instauratisi sul territorio. E tale consapevolezza paurosa, all'interno della quale si prestava a venir compreso facilmente ogni atteggiamento persecutorio sviluppato da parte delle autorità, offri un contributo tutt'altro che marginale alla scelta dell'esodo che nel dopoguerra avrebbe svuotato l'Istria dalla quasi totalità della popolazione italiana.
La primavera-estate del 1945.
La disponibilità delle fonti relative al 1945 e decisamente maggiore rispetto a quella per il 1943: non si tratta di un mero dato quantitativo, perché ciò che veramente conta è la possibilità di incrociare il cospicuo materiale raccolto da parte italiana con quello proveniente dagli archivi inglesi e americani e, da ultimo, anche da quelli sloveni. Mancano ancora all'appello fondi importanti, custoditi presso gli archivi di Belgrado, come per esempio quelli relativi al comportamento della IV armata jugoslava, ma nel complesso la documentazione oggi accessibile consente di farsi un'idea abbastanza precisa sia degli avvenimenti che elci meccanismi che vi presiedettero.
La sorte dei militari.
Nei primi giorni di maggio del 1945 le truppe jugoslave (partigiani dei IX corpo d'armata e unità regolari della IV armata) occuparono tutto il territorio della Venezia Giulia, accolsero la resa dei reparti tedeschi e della Repubblica di Salò e, secondo una prassi correntemente messa in atto da un esercito vittorioso nei confronti degli avversari in anni, procedettero all'internamento di tutti i militari catturati. Durissimo peraltro fu il trattamento inflitto ai prigionieri, molti dei quali perirono di stenti o furono liquidati nei campi di concentramento - particolarmente famigerato fu quello di Borovnica - e durante le marce di trasferimento, che si trasformarono sovente in marce della morte.Non tutti i militari però vennero deportati. Specialmente nella prima decade del mese numerose. presumibilmente alcune centinaia, furono le esecuzioni sommarie, compiute in genere subito dopo la cattura e decise non solo senza previo accertamento, mia talvolta anche. senza vero interesse per la ricerca di effettive responsabilità personali in atti criminosi; ciò che contava, infatti, nel caso dei militari, non era tanto il riconoscimento individuale di responsabilità, quanto la colpa collettiva, che veniva fatta automaticamente derivare dall'appartenenza alle forze armate naziste e repubblichine. La medesima linea di condotta venne applicata anche agli appartenenti alle forze di polizia, per i quali la presunzione di colpevolezza discendeva direttamente dall'inserimento nell'apparato repressivo nazifascista, tanto che i procedimenti nei loro confronti assunsero una valenza più simbolico-politica che giudiziaria.Tutto ciò non implica, naturalmente, che fra gli uccisi non vi fossero effettivamente anche professionisti della violenza, protagonisti di rappresaglie e sevizie, spie - anche slovene e croate - e aguzzini del famigerato Ispettorato speciale di pubblica sicurezza per la Venezia Giulia, il cui sistematico ricorso alla tortura era già stato oggetto di forti denunce, anche da parte del vescovo di Trieste, e ciò fin dalla primavera 1943. In quest'ultimo caso si trattava di soggetti che avrebbero probabilmente fatto la medesima fine anche se ad assumere il controllo del territorio non fossero state le truppe jugoslave ma i partigiani italiani: difatti, il più efferato dei responsabili dell'Ispettorato, il vicecommissario Gaetano Collotti, fuggito per tempo da Trieste, venne fermato a Treviso, identificato dall'avvocato triestino Pietro Slocovich e fucilato sul posto.In linea di massima però il criterio di fondo degli arresti, e in parte anche delle liquidazioni, si fondava più sulla categoria che sull'individuo, sulla responsabilità collettiva piuttosto che su quella individuale, e a essere travolti dalla repressione furono in maggior misura i quadri intermedi che non i vertici della Questura di Trieste; parzialmente diversa fu la situazione a Gorizia, dove, assieme a carabinieri e agenti di polizia, scomparve anche il questore.Sempre nella logica dell'eliminazione delle forze armate esistenti sul territorio, rientra anche la deportazione delle unità della Guardia di finanza, che non avevano partecipato ad azioni antipartigiane, e di molti membri della Guardia civica di Trieste, che certamente era stata dipendente dai comandi tedeschi, ma non era stata impiegata in attività repressive, con l'eccezione di un reparto che venne adibito alla scorta di deportati in Germania, forse lo stesso che venne utilizzato in appoggio a un rastrellamento in un quartiere operaio della città a pochi giorni dalla fine della guerra. Per di più, entrambe le formazioni erano state largamente infiltrate dall'organizzazione militare dei Comitato di Liberazione nazionale (CLN) e avevano partecipato sotto i suoi comandi all'insurrezione contro i tedeschi. Si trattava quindi, quantomeno, di "nemici" assai particolari.Ma se nei loro riguardi si potrebbe pensare a una sorta di diffidenza verso gli antifascisti dell'ultima ora, tale ipotesi non regge di fronte all'arresto anche di alcuni membri delle brigate partigiane italiane dipendenti dal (IN di Trieste, i cui combattenti furono spesso considerati alla stessa stregua dei militari germanici e della Repubblica sociale. La circostanza però è meno incomprensibile di quanto non sembri a prima vista perché, in effetti, le fonti ci rivelano in maniera assai esplicita come i dirigenti comunisti sloveni non intendessero in alcun modo tollerare l'esistenza di strutture politiche e forze militari, quelle appunto facenti capo al CLN, che non solo non erano disponibili ad accettare la guida politica e la subordinazione pratica al Movimento di liberazione jugoslavo, ma che, per di più, si erano impegnate a cercare, mediante l'insurrezione armata, un'autonoma legittimazione antifascista agli occhi della popolazione e degli angloamericani.
La persecuzioni degli antifascisti italiani.
Che all'origine della repressione vi fosse anche la preoccupazione per l'esistenza di possibili nuclei di contropotere o, quantomeno, di contestazione alle pretese egemoniche dei "poteri popolari", è confermato dal fatto che a Trieste e Gorizia le autorità jugoslave perseguitarono gli stessi membri dei rispettivi CLN, alcuni dei quali trovarono così la morte. Lo stesso accadde anche a Fiume, dove arresti e uccisioni colpirono non solo gli aderenti al Comitato di liberazione nazionale, ma anche quel movimento autonomista fiumano che si rifaceva alla lotta per lo Stato libero di Fiume combattuta nel primo dopoguerra contro D'Annunzio e il suo progetto d'annessione della città all'Italia, e che godeva di largo seguito fra la popolazione. All'interno dei medesimo disegno sembra collocarsi anche la scomparsa di quegli esponenti della Resistenza italiana che nell'estate-autunno del 1944, quando era sembrato profilarsi uno sbarco anglo-americano nell'Adriatico settentrionale, avevano avuto contatti con emissari dei Movimenti di liberazione sloveno e croato.
L' "epurazione" della società giuliana.
Dell'internamento, come pure delle liquidazioni, dei militari italiani si occupò direttamente la IV armata jugoslava, mentre la protagonista delle retate di civili fu l'OZNA, la polizia politica e di sicurezza, col concorso della Difesa popolare, una milizia paramilitare agli ordini del Consiglio di liberazione. Parteciparono agli arresti anche forze armate jugoslave, e pure qualche piccolo reparto della divisione "Garibaldi-Trieste". L'OZNA agiva in base al mandato conferitole nell'autunno del 1944 dai vertici del Partito comunista sloveno e poteva servirsi di una vasta rete di confidenti, italiani e sloveni, già da mesi impegnati a stendere lunghe, anche se non sempre precise, liste di presunti "nemici del popolo". Come si è già detto a proposito della crisi dell'autunno 1943, era questa una categoria dai contorni indefiniti nella quale, nella primavera del 1945, finì per confluire un gran numero di soggetti.Ovviamente, bersagli della repressione furono gli esponenti del fascismo e del collaborazionismo locale, anche se in realtà i leader del PFR avevano preso in genere per tempo la fuga, mentre i vertici delle amministrazioni insediate dai tedeschi vennero arrestati e fatti sparire a Gorizia, ma non a Trieste; rispetto ai personaggi di rilievo, con maggior accanimento vennero ricercati i "pesci piccoli", gli ex squadristi in genere ben conosciuti dalla popolazione. La persecuzione si abbatté largamente sui dirigenti delle forze politiche italiane e slovene diverse dal Partito comunista, e su di un gran numero di soggetti ritenuti per i più diversi motivi "pericolosi" nell'ottica dei nuovi poteri. Poteva trattarsi di persone che si erano in qualche modo rese invise al Movimento di liberazione jugoslavo, rifiutandosi per esempio di collaborare con esso o semplicemente esprimendo la propria disapprovazione nei confronti dei suoi obiettivi e metodi, o che avevano compiuto in passato scelte politiche di stampo patriottico quando non esplicitamente fascista (per le autorità jugoslave ciò non faceva molta differenza), dalla partecipazione come volontario irredento alla Grande guerra o a quelle di Spagna e d'Abissinia; oppure, ancora, che si erano rifiutate di esporsi in favore del nuovo regime, per esempio negando la loro firma alle petizioni in favore della Jugoslavia promosse dai "poteri popolari". Allo stesso modo vennero colpiti clementi che detenevano posizioni importanti nell'economia e nella società triestina, o, più frequentemente, che avevano ricoperto qualche incarico in una delle tante organizzazioni di massa del regime fascista. In ogni caso, si trattava di individui dai quali il nuovo regime poteva attendersi un atteggiamento d'opposizione o anche soltanto di sicuro dissenso nei confronti dell'annessione alla Jugoslavia e della costruzione di uno stato comunista, e ciò non sembrava in alcun modo tollerabile.Anche i civili che sopravvissero alle uccisioni concentrate soprattutto nelle due prime settimane di maggio, furono deportati nei campi di prigionia, diversi rispetto a quelli in cui venivano convogliati i militari ma non certo migliori in quanto fame e malattie decimarono i detenuti, alcuni dei quali furono successivamente processati subendo condanne, anche capitali, comminate dai tribunali jugoslavi fino al 1947. Non sempre alla gravità delle accuse mosse agli arrestati (squadrismo, collaborazionismo, persecuzione degli slavi, delazioni a carico di partigiani, ostilità manifesta nei confronti del Movimento di liberazione jugoslavo, spionaggio a favore dell'Italia, ecc.) corrispose un reale impegno delle autorità nella ricerca di prove a carico dei detenuti e nemmeno, in numerosissimi casi, un effettivo interesse a verificare la loro posizione; una circostanza, questa, che suggerisce come l'obiettivo principale della repressione non fosse tanto di ordine giudiziario, e cioè la punizione di colpevoli, quanto politico, vale a dire l'eliminazione di individui e gruppi ritenuti pericolosi.
Il deragliamento della violenza.
In ogni caso, comunque, non tutto quello che accadde a Trieste e Gorizia nelle settimane del maggio-giugno 1945 può essere immediatamente ricondotto a un'assoluta linearità di scelte politiche e di comportamenti conseguenti. Altri elementi concorsero infatti a dilatare l'ampiezza della repressione. In primo luogo, il clima di "resa dei conti" nei confronti degli avversari etnici e politici alimentato dal ricordo delle sopraffazioni del regime e dalle esperienze ancora brucianti della lotta partigiana. Assieme a questo, l'uso onnicomprensivo del termine "fascista" da parte dei quadri del Movimento di liberazione jugoslavo per qualificare tutti gli oppositori al nuovo progetto politico che si stava affermando con le armi: si trattava di un'equivalenza, tra "Italia" e "fascismo", che appariva certo dei tutto strumentale alle esigenze del momento, ma che si era potuta facilmente radicare anche grazie all'impegno nel saldare i due termini sciaguratamente profuso nel corso del precedente ventennio dal regime di Mussolini. Infine, lo spazio di discrezionalità esistente nella compilazione delle liste, redatte da persone che portavano nell'operazione da cui dipendeva la vita di altri esseri umani non solo il loro radicalismo nazionale e politico, ma anche i loro rancori e interessi.Tutto ciò spiega largamente come nelle pieghe della repressione mirata si inserirono facilmente anche altre spinte, fra le quali è possibile individuare gli esiti di regolamenti di conti in cui le motivazioni politiche sfumavano in quelle personali, gli effetti delle numerose delazioni, piaga già diffusasi durante l'occupazione nazista e poi proseguita senza soluzione di continuità, l'esigenza di far scomparire possibili testimoni di precedenti atti di violenza, come quelli avvenuti in Istria nel 1943, i comportamenti delittuosi di gruppi che, nel generale sommovimento, varcarono la soglia fra violenza politica e criminalità comune, come la cosiddetta "squadra volante", operante a "Trieste, composta da italiani e insediatasi a Villa Segrè, ai cui delitti venne posto fine da parte delle stesse autorità jugoslave. D'altra parte, la stessa autonomia operativa di cui poteva godere, sia nella definizione dei sospetti che nella gestione dei prigionieri, un organo come l'OZNA, forte del ruolo affidatogli in sede politica e per sua natura portato ad applicare nel nodo più radicale e più spiccio le direttive impartitegli, accrebbe ulteriormente il numero delle liquidazioni immediate.
Le contraddizioni della repressione.
Complessivamente si ritiene che fra Trieste e il goriziano vennero arrestate in poche settimane circa diecimila persone; si trattava di una cifra elevata e le dimensioni delle retate, unite all'incertezza sulla sorte degli arrestati, che alla luce della precedente esperienza delle foibe istriane era intesa nel modo più tragico, seminò il panico fra la popolazione italiana. Ciò finì per allarmare le stesse autorità civili jugoslave, che compresero come l'ondata di terrore scatenata nelle città giuliane avrebbe scavato un solco incolmabile fra i nuovi poteri e la maggioranza della popolazione, e si attivarono perciò al fine di contenere gli arresti e di ottenere informazioni sulla sorte dei prigionieri. Nel far questo, peraltro, esse non esprimevano una strategia alternativa rispetto a quella della repressione preventiva, bensì soltanto una preoccupazione di natura tattica, destinata a rimanere inascoltata (salvo il buon esito di qualche singolo intervento a favore di noti antifascisti italiani) di fronte all'assoluta priorità che i vertici del Partito comunista sloveno e di quello croato conferirono in ogni circostanza alle esigenze di controllo totale del territorio, a qualsiasi costo, rispetto alla ricerca del consenso. Come scrisse il leader comunista sloveno Edvard Kardelj ai dirigenti impegnati a costruire il nuovo potere a Trieste e Gorizia, era meglio non concedere subito troppa democrazia, perché poi sarebbe stato difficile fare marcia indietro.
Quante vittime?Quanti sono gli infoibati? Quanti i deportati, gli uccisi in prigionia?
Quanti complessivamente gli scomparsi per mano jugoslava nell'autunno del 1943 e nella primavera del 1945 nella Venezia Giulia? A queste domande sono state date nel corso degli anni molte risposte, ma spesso insoddisfacenti. Eppure, per decenni il dibattito sulle cifre ha suscitato più interesse di quello sulle cause, le responsabilità e le dinamiche delle stragi, anche perché in genere alle cifre è stato attribuito il grave compito di spiegare il senso della persecuzione inflitta da parte jugoslava alla fine della seconda guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra alla popolazione italiana della Venezia Giulia, fino a provocarne l'esodo dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia.Diversi studiosi hanno proposto unità di grandezza degli eccidi molto diverse tra di loro: da poche centinaia a migliaia, a decine di migliaia di vittime. Spesso tutti gli scomparsi, anche per cause diverse e in momenti diversi, sono stati genericamente compresi nella categoria degli "infoibati", che in senso stretto riguarda soltanto coloro che sono stati trucidati subito dopo l'arresto, spesso senza nemmeno un procedimento sommario, e scaraventati nei profondi pozzi naturali che si aprono nel suolo carsico della Venezia Giulia. Di volta in volta, per cercare di spiegare l'accaduto e per attirare l'attenzione della pubblica opinione italiana sulla drammatica storia della Venezia Giulia, sono stati adottati termini quali "olocausto", "genocidio", "pulizia etnica", che evocano altre tragedie europee, altre persecuzioni e altri stermini. Spesso però tali confronti, l'uso troppo elastico dei numeri delle vittime di una guerra atroce e senza quartiere, ma anche le semplificazioni interpretative, hanno finito col generare confusione e si sono rivelati come un distorto e debole tentativo di mantenere viva la memoria dell'evento.Nel secondo dopoguerra sono stati compilati, e anche pubblicati, diversi elenchi di persone scomparse dalla Venezia Giulia; sono lavori d'origine diversa che si avvalgono di ricerche condotte da enti e istituzioni, come la Croce rossa, e di segnalazioni di privati cittadini; schedari analoghi sono stati predisposti dalle associazioni di ex combattenti e di profughi dai territori ceduti alla Jugoslavia. Studi più recenti, condotti dall'istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, hanno utilizzato gli archivi degli uffici anagrafici di tutte le località del Friuli-Venezia Giulia e quelli dei tribunali dove sono custodite le specifiche dichiarazioni di morte e di morte presunta, ma per quanto sia possibile ora avere un quadro abbastanza completo delle dinamiche politiche che presiedettero alle stragi, resta ancora aperto l'interrogativo sul numero delle persone effettivamente scomparse e quindi decedute in seguito all'arresto da parte delle autorità jugoslave e dei suoi fiancheggiatori. Nessuna indagine in materia è stata condotta sui registri anagrafici delle località cedute all'ex Jugoslavia.Per comprendere le difficoltà della quantificazione bisogna d'altronde considerare la particolare condizione demografica della regione, che vedeva la presenza di molti militari provenienti da altre province italiane, di civili sfollati non solo dalla Dalmazia ma anche dalle province meridionali italiane, di popolazione che aveva abbandonato le proprie residenze in seguito alle operazioni militari, ai rastrellamenti, alle evacuazioni, ai bombardamenti; tutti eventi a seguito dei quali lo stesso quadro degli abitanti, residenti, domiciliati o solo stanziali non è ricostruibile su un corretto piano statistico. Inoltre, è ragionevole ritenere che la scomparsa di molti militari o civili provenienti da altre province italiane sia stata registrata, per omissione di informazioni o per tacito interesse dei familiari, presso le località di residenza con indicazioni approssimative o che non sempre mettevano in luce il ruolo assunto dalle vittime durante l'occupazione nazista della regione e nelle formazioni militari collaborazioniste. Tutto questo è facilmente comprensibile sul piano umano, ma è ciò che certamente complica il lavoro di chi vorrebbe ricostruire i profili sociali delle vittime e non sempre può utilizzare come fonti attendibili gli elenchi nominativi delle imputazioni raccolte dalle autorità jugoslave a carico degli arrestati e deportati, perché spesso viziate, per ammissione delle medesime autorità, da denunce e segnalazioni non verificate.
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